“Il ritorno delle donne alla casa paterna” su Cattedrale (Parte II)

Qualche mese fa ho seguito le tracce di alcune scrittrici che si sono interrogate sui modi e sull’esperienza del ritorno delle donne alla casa paterna. Grazia Deledda, Maria Messina, Alice Ceresa e Anna Banti ne hanno scritto, in modo anche molto diverso, in alcuni dei loro racconti brevi o, nel caso di Ceresa, nel racconto lungo intitolato “La morte del padre”.

Da questo percorso di letture, nato dagli spunti della professoressa Laura Fortini e dalla giornata di festa “Contaminazioni Ceresa” che si è tenuta a dicembre 2023, è venuto fuori un articolo che Cattedrale – Osservatorio sul Racconto ha accettato di pubblicare. La prima parte è uscita il 14 settembre, mentre da qualche giorno trovate online anche la seconda. Grazie a Rossella Milone e alla redazione per aver accolto questo contributo.

Leggi la seconda parte dell’articolo su Cattedrale-Osservatorio sul racconto

“Il Sottoterra” alla finale di 8×8

Dopo essere stato scelto tra i dieci semifinalisti, il racconto “Il Sottoterra” è arrivato anche alla finale di 8×8 – Si sente la voce, che si è tenuta a Carpi alla Festa del Racconto il 6 ottobre.

Alla finale ho letto e sono stata letta, ascoltata, criticata. Ho conosciuto persone che amano leggere e scrivere come me e più di me. Alcune di loro lo fanno, anche per lavoro, da molto tempo. Mi sono divertita e ho imparato, soprattutto.

Grazie alla Festa del Racconto e a Oblique Studio per l’opportunità e ad Alessandro Lusitani per l’editing accurato e stimolante. Grazie alla giuria, composta da Alessandro Beretta, Lavinia Bleve, Carolina Coriani e Giulio Mozzi, per i commenti e le stroncature.

Complimenti alla vincitrice Marta Fornasiero e agli altri finalisti. Qui i racconti nella versione definitiva.

“Il ritorno delle donne alla casa paterna” su Cattedrale (Parte I)

Esistono due racconti quasi omonimi di due scrittrici italiane, entrambe emigrate da un’isola: il primo è “La casa paterna” della Premio Nobel Grazia Deledda (Nuoro, 1871 – Roma, 1936) pubblicato nel 1890 nella prima raccolta dell’autrice, intitolata “Nell’azzurro”; il secondo è “Casa paterna” dell’autrice siciliana Maria Messina (Palermo, 1887 – Pistoia, 1944), rimasto inedito e pubblicato postumo da Sellerio nella raccolta omonima del 1981. Seppur declinato in maniera diversa nei due racconti, il ritorno alla casa abitata un tempo insieme alla famiglia d’origine è il centro intorno al quale ruotano le vicende delle due protagoniste, così come è comune nei due testi, nonostante il diverso intreccio narrativo, il contrasto tra la memoria dei luoghi e degli affetti da una parte e la realtà inappagante del ritorno dall’altra.

Continua a leggere su Cattedrale-Osservatorio sul racconto

La seconda parte di questo percorso, con il focus su Alice Ceresa e un breve cenno ad Anna Banti, sarà pubblicata il 14 Ottobre

“Il Sottoterra” semifinalista a 8×8 2024

Il racconto “Il Sottoterra”, nato durante il percorso “Scrivere tutto l’anno” che sto seguendo alla Scuola del Libro, è tra i dieci selezionati per la long list del concorso letterario 8×8 – just one night edizione 2024, organizzato da Oblique Studio in collaborazione con la Festa del Racconto.

Ci tengo a ringraziare Vanni Santoni, tutor del corso annuale, e Giulia Caminito, che mi ha accompagnata nel lavoro sulla protagonista de “Il Sottoterra” durante gli incontri sui personaggi. I loro consigli e incoraggiamenti sono stati preziosi.

Qui il link per leggere “Il Sottoterra” e gli altri racconti semifinalisti di 8×8 2024.

Intervista all’artista svizzera Léa Katharina Meier su Left

Léa Katharina Meier è un’artista svizzera multidisciplinare che sta concludendo dieci mesi di residenza presso l’Istituto svizzero di Roma. La sua pratica varia dalla performance ai tessuti, dal disegno alla scrittura. Ha esposto il suo lavoro in diversi teatri e spazi artistici e nel 2021 ha vinto il Premio della giuria e il Premio del pubblico allo Swiss Performance Award con lo spettacolo Tous les sexes tombent du ciel. La incontro a Roma in un pomeriggio di giugno, in vista dell’undicesima edizione di Bande de Femmes, il festival di fumetto e illustrazione organizzato dalla Libreria femminista Tuba, che si tiene fino al 6 luglio. 

Continua a leggere su “Left” qui.

“Il dono del vento”: terzo classificato il racconto “Nel giorno del giudizio”

Lo scorso ottobre mi sono lasciata suggestionare dalla figura di Federico II di Svevia, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano impero, e ho scritto un racconto a lui dedicato per la sezione “Stupor Mundi” del concorso letterario “Il dono del vento” organizzato dall’associazione Ánemos di Jesi (città dove è nato Federico). Il 13 aprile si è tenuta la cerimonia di premiazione, dove il racconto intitolato “Nel giorno del giudizio” ha ricevuto il 3° posto con la seguente motivazione:

“Un dialogo serrato che si svolge nel giorno del giudizio diviene per l’autrice l’occasione per ricostruire, in modo del tutto originale e con una buona capacità espressiva, il percorso biografico dell’imperatore e i tratti reconditi del suo carattere, nella tensione tra umiltà e potere”.

Qui l’articolo di Qdm con tutti i titoli e gli autori i vincitori.

Scrivanie immaginarie – Ennio Flaiano

Dopo la prima puntata dedicata alla scrittrice neozelandese Katherine Mansfield, torna la rubrica delle “Scrivanie immaginarie” di WeltLit, che ripercorre le vite di scrittrici e scrittori attraverso alcuni oggetti. Il nuovo protagonista è Ennio Flaiano (Pescara 1910 – Roma 1972) che nel corso della sua vita è stato giornalista, sceneggiatore, umorista, critico cinematografico e teatrale e drammaturgo. Ripercorrere la vita e la multiforme attività di scrittura di Flaiano scrittore non è semplice, ma abbiamo tentato di riuscirci attraverso sei oggetti (e un animale). Come al solito in fondo trovate una piccola bibliografia per approfondire.

Immagine: Pescara – Corso Gabriele Manthone (xilografia). Da “Le cento città d’Italia. Supplemento mensile illustrato del Secolo” Milano: Sonzogno, 1887-1902.

UNA CARTOLINA DI PESCARA — Flaiano nasce in un’abitazione di Corso Manthonè, tra i civici 91 e 101, a pochi metri dalla casa natale del poeta Gabriele D’Annunzio. Lì vicino si trova anche il forno dello zio di Flaiano, da cui si sprigiona un odore che lo scrittore ricorderà per tutta la vita, come dichiara in un’intervista del 1970 conservata tra le teche Rai. Ennio è l’ultimo di sette fratelli e la sua infanzia non è felice: viene mandato dalla famiglia in diversi collegi, tanto che la divisa nera con mantellina, berretto largo e scarpe lucide indossata dal bambino nel film “8 e ½”, a cui lavorerà con Federico Fellini, prende spunto da quella che lui stesso aveva dovuto indossare.

Nel 1922 Flaiano giunge nella Capitale su un treno pieno di camicie nere, data la concomitanza con la marcia su Roma. Con la città eterna Flaiano avrà un rapporto di amore-odio, che traspare anche dai suoi scritti: “Roma è la mia città. Talvolta posso odiarla, soprattutto da quando è diventata l’enorme garage del ceto medio d’Italia. Ma Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un’estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi” (da La Fiera Letteraria, n. 5, 14 marzo 1971).

“IL CORVO” DI EDGAR ALLAN POE — La lettura della poesia “The Raven” intorno ai 12 anni è, insieme a quella di “Madame Bovary”, uno dei primi ricordi di Flaiano legati alla letteratura. Del testo di Poe Flaiano cura anche una traduzione nel 1936, nello stesso periodo in cui apprende la notizia della scomparsa del fratello Nino. La data di questo evento (20 maggio 1936) è riportata al margine del manoscritto originale per mano dello stesso Flaiano. “La morte immotivata, alla base della poesia del Poe, è tema caro a Flaiano in quel momento particolare della sua vita, non solo per la perdita del fratello, ma anche per la partecipazione alla guerra in Etiopia”, spiega Valeria Petrocchi in un articolo su Rivistatradurre.it.

UN OROLOGIO ROTTO — A partire dall’esperienza in Etiopia, dove viene inviato come sottotenente del Genio, Flaiano scrive il suo primo e unico romanzo, intitolato “Tempo di uccidere” e vincitore nel 1947 della prima edizione del Premio Strega. Il protagonista è un giovane tenente italiano a cui duole un dente. Partito alla ricerca di un medico, si perde nel deserto e incontra Mariam, una bellissima donna indigena con cui ha un rapporto inizialmente non consenziente. Durante la notte, il tenente colpisce Mariam per errore ferendola gravemente, poi la finisce con un colpo di pistola e ne nasconde il cadavere. Solo successivamente nasce in lui il dubbio atroce di aver contratto da lei la lebbra. Come spiega Giacomo Raccis su Doppiozero: “In Tempo di uccidere un orologio rotto è l’oggetto magico che segnala la perdita di contatto da parte del giovane tenente con il tempo della storia – quella storia di violenza e privilegio di cui era incosciente protagonista – per entrare in un tempo nuovo, sospeso, ancestrale o biblico, il tempo dell’espiazione, ma anche di un’esperienza spaesante – che pure egli avrebbe dimenticato rapidamente prendendo il mare per l’Italia. Da un certo punto di vista l’orologio rotto può essere considerato il simbolo dell’intera opera di Flaiano, insospettabile nipotino di quel Tristram Shandy che raccontando la propria vita istante per istante sperava di rimandare all’infinito il confronto con la morte”.

GLI APPUNTI PER UNA CANZONETTA — Su un quadernetto di appunti, poi pubblicato col titolo di “Aethiopia. Appunti per una canzonetta” Flaiano annota tra il novembre del 1935 e il maggio del ’36 le proprie impressioni durante il periodo in Etiopia. È da questi resoconti che nasce “Tempo di uccidere”, scritto dopo che l’editore Leo Longanesi lo aveva commissionato dandogli un termine perentorio di sei mesi per la consegna (l’autore non poté apportare neanche le ultime correzioni perché il libro era già andato in stampa).

Negli appunti Flaiano esprime il proprio sguardo critico sulla guerra coloniale cui stava prendendo parte (“Le colonie si fanno con la Bibbia alla mano, ma non ispirandosi a ciò che vi è scritto”, recita il primo appunto). Come altri testi letterari ambientati nel periodo coloniale, anche nei confronti di “Tempo di uccidere” è possibile rivolgere la critica che lo scrittore nigeriano Chinua Achebe ha mosso nel 1977 a “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad: “Chi studia Cuore di tenebra spesso vi dirà che l’interesse di Conrad non è tanto l’Africa quanto il degrado di una mente europea provocato dalla solitudine e dalla malattia. (…) L’Africa come scenario e fondale da cui è stato eliminato l’africano come fattore umano. L’Africa come campo di battaglia metafisico privo di ogni umanità riconoscibile, nel quale l’europeo vagabondo entra a suo rischio e pericolo. Qualcuno riesce a notare l’arroganza mostruosa e perversa di questo ridurre l’Africa ad arredo di scena per lo spettacolo del disfacimento di una meschina mente europea?” [da Speranze e ostacoli. Saggi scelti (1965-‘87), Milano, Jaca Book,1998].

UN CALABRONE — Oltre al lavoro trentennale come soggettista e sceneggiatore, Flaiano è soprattutto noto come autore di recensioni, brevi racconti, invenzioni satiriche, aforismi e notazioni di costume. In un articolo uscito nel 1957 sul Mondo, e poi confluito in “La solitudine del satiro”, Flaiano usa questa metafora per descrivere il suo rapporto con la scrittura: «Un calabrone entra nella stanza illuminata e va a battere velocemente contro la lampada, le pareti, i mobili. Subito si avverte il rumore secco delle sue zuccate. Dopo un po’ si acquatta per riprendere le forze. Ricomincia allora a urtare contro la lampada, le pareti, i vetri, e daccapo contro la lampada. Infine cade sul tavolo, zampe all’aria, e la mattina dopo è secco, leggero, morto. Non ha capito niente, ma non si può dire che non abbia tentato».

UNA FOTO DELLA SPIAGGIA DI FREGENE — Nel 1940 Flaiano sposa Rosetta Rota, matematica e fisica che insegna all’università e frequenta il gruppo di via Panisperna. Nel 1942 nasce Luisa, detta Lelè, che fin dai primi mesi di vita è affetta da una grave encefalopatia. Da quel momento Rota dedica tutte le sue energie alla cura della figlia, mentre Flaiano fatica ad accettare la malattia. In un’intervista del 1995 Rota (scomparsa del 2003) raccontava a Massimo Cutò: “Ennio mi fece giurare che non avrei mai letto i suoi libri. Quando è morto, sciolta la promessa, ho capito perché. Il riferimento è costante. In Tempo di uccidere, la lebbra è una metafora della malattia di Lèlè. Lui stesso lo lascia intendere in una lettera a Maria Bellonci, quando definisce il romanzo una confessione e una speranza”. E ancora, a proposito del rapporto del marito con la figlia: “L’amava di un amore purissimo. Sconfinato. La sua felicità era passeggiare con lei, mano nella mano, sulla spiaggia di Fregene. In mezzo ai pescatori, gente semplice che capisce la sofferenza e conosce la solidarietà. Per questo ha voluto essere seppellito lì”. Ennio Flaiano riposa vicino alla moglie e alla figlia a Maccarese, a pochi chilometri da Fregene.

Per approfondire:

  • Ennio Flaiano, La mia Pescara, 1970 (disponibile online su Rai Teche a questo link)
  • FLAIANO, Ennio Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 48 (1997) (disponibile online su Rai Teche a questo link)
  • UNA VERSIONE GIOVANILE INEDITA DI ENNIO FLAIANO DA THE RAVEN DI POE di Valeria Petrocchi su Rivistatradurre.it (disponibile qui)
  • Il docufilm “Ennio Flaiano, straniero in patria” di Valeria Parisi, Fabrizio Corallo (disponibile su RaiPlay)
  • Gettoni di Letteratura – Ennio Flaiano (disponibile su Raiplaysound)
  • “Ricordando Ennio Flaiano a 50 anni dalla morte” di Massimo Cutò (disponibile online su “La voce di New York” a questo link)
  • Ugo Fracassa (2020), “Piaghe (non) molto diverse”. Prodromi italiani del mal d’Africa in Flaiano. In S.J. Andrea Gialloreto (a cura di), “Un buon scrittore non precisa mai”. Per i settant’anni di Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. (pp. 57-75). Novate Milanese : Prospero Editore.

LIBRI SU ENNIO FLAIANO:

R. Minore e F. Pansa, “Ennio l’alieno. I giorni di Flaiano” (Mondadori, 2022)

T. Pincio, “Diario di un’estate marziana” (Giulio Perrone, 2022)

Menzione d’onore al Premio Letterario Internazionale Selinunte per “Lu lattanti di la cuba”

Domenica 25 febbraio il racconto in dialetto siciliano “Lu lattanti di la cuba” è stato premiato con la Menzione d’Onore nell’ambito del Premio Letterario Internazionale Selinunte, promosso da Società Dante Alighieri Castelvetrano, Panta Rei-Banca del Libro e ArcheoClub “Emi Selinios” (Premio “Paola Grassa” – Sezione Racconto in Dialetto).

Qui la notizia su Castelvetranoselinunte.it, con i nomi degli altri autori premiati. Grazie alla Società Dante Alighieri Castelvetrano per questa opportunità.

Dentro il racconto – “La zanzariera” di Sri Dao Ruang

Il racconto scelto per il quarto appuntamento della rubrica si intitola “La zanzariera” ed è firmato da Sri Dao Ruang (o Sidaoruang), nome d’arte della scrittrice thailandese Wanna Sawatsi, classe 1943. È tratto da “L’amato difetto e altri racconti“, Besa editrice, Lecce, 1998 (traduzione di Giuseppe Striccoli e Anna Simone), ma è stato pubblicato anche sulla rivista online “Sagarana” ed è disponibile a questo link. Come sempre, avverto che farò spoiler sul contenuto del racconto, per cui il consiglio è di leggerlo prima.

“La zanzariera” è il racconto di un desiderio proibito, quello di una donna quarantenne, Malai, per il genero poco più giovane di lei. Dopo la separazione dal marito (“un buono a nulla che andava sempre in giro a giocare d’azzardo”) Malai trova lavoro come trasportatrice di cemento e riesce così a vivere in affitto in una “stanza piccola e disadorna” insieme alla figlia Lamdu’an. Sappiamo che sono molto povere, perché ci viene detto che “né la madre né la figlia avevano mai avuto cose graziose”.

La loro vita cambia con l’arrivo del “genero” (la parola è tra virgolette anche la prima volta che compare nel racconto: forse un piccolo indizio del fatto che questo ruolo è destinato a cambiare?) di cui il narratore non ci dice mai il nome. L’uomo può garantire a Malai e a sua figlia una situazione economica nettamente migliore: un tetto stabile sopra la testa, vestiti carini da indossare per Lamdu’an e persino la televisione da poter guardare la sera. Grazie a questa nuova condizione, Malai può lasciare il lavoro per badare ai nipotini (Tum di 7 anni e Tù di 3) e aiutare la figlia nelle faccende domestiche.

Questi fatti, ripercorsi nelle prime righe, sono raccontati da un narratore che parla in terza persona ma che conosce i pensieri che attraversano la mente di Malai (c.d. focalizzazione interna al personaggio). Grazie a questo tipo di narratore sappiamo che Malai, con l’arrivo del genero, diventa “più felice e abbastanza contenta di quello che le stava riservando la vita” e che lei arriva a domandarsi cosa avrebbe potuto volere di più “alla sua età”. Il conflitto tra ciò che Malai può desiderare e quello che invece desidera realmente è il cuore del racconto.

Nonostante la focalizzazione interna, il narratore non ci dice mai che Malai si innamora del genero, perché è Malai per prima a non ammettere con sé stessa di provare dei sentimenti nei confronti dell’uomo che ha sposato la figlia: se lei non concede a se stessa questo pensiero, neanche il narratore è in grado di riportarlo.

Sappiamo che Malai non è “particolarmente bella”, ma a causa dei “lunghi anni di fatica” ha “mantenuto la linea”. È quindi attenta al suo corpo. Inoltre, il narratore ci dice che “quando cominciò a vivere sotto lo stesso tetto con il genero, Malai corresse le sue vecchie abitudini ed indossò un reggiseno”. Una scelta che lascia trasparire il desiderio o comunque la volontà di non essere “vista” dall’uomo in un certo modo.

Queste frasi possono farci aprire una riflessione sulla scelta di adottare la terza persona o la prima. Se Malai raccontasse la storia con la propria voce, potrebbe tacere al lettore dei fatti intimi, come la scelta o meno di indossare il reggiseno da quando vive con il genero. Un segreto che rivelerebbe probabilmente solo a una persona molto vicina a lei. Il narratore in terza persona, invece, nota questo piccolo cambiamento e ce lo riporta così com’è.

Al contrario di Malai, la figlia ha iniziato a ingrassare. Lamdu’an ha 25 anni, non ha mai dovuto lavorare e “nonostante la sua faccia apparisse abbastanza giovane lasciava visibile la fenditura nel suo corpetto largo di cotone che indossava sempre”.

Sul genero sappiamo ben poco: è “un uomo ben vestito dalla carnagione glabra e scura”, non è molto socievole e anzi è “alquanto mediocre”. Non proprio un tipo da far perdere la testa insomma. Ci viene detto anche che è “di due o tre anni più giovane di Malai” e che a causa del lavoro per una compagnia che ricercava acqua di falda passa alcune notti fuori casa. Ciononostante ha “gran cura di sua moglie e dei suoi figli”.

Lamdu’an invece non si interessa molto del marito. Spesso esce per andare a giocare a carte e quando lui rientra dal lavoro trova in casa “più spesso la suocera che la moglie”. Qui abbiamo una prima sovrapposizione dei ruoli tra madre e figlia, nei confronti del marito di quest’ultima.

Il narratore ci informa che “Malai dovette avvisare Lamdu’an di interessarsi di più a suo marito e le disse che doveva farsi trovare in casa quando lui rientrava di notte, ma Lamdu’an ritornava sempre alla sua tana del gioco” e che “alla fine ciò causò dei problemi”. In questo passaggio percepiamo la solidarietà del narratore nei confronti di Malai: è come se la giustificasse, rispetto a ciò che accadrà dopo.

È un modo di raccontare coerente con la scelta della focalizzazione interna, dato che questo pensiero è attribuibile a Malai e si lega perfettamente alla fase di negazione dei propri sentimenti che lei sta vivendo. Non solo non ammette di provare qualcosa verso il genero, ma indica alla figlia il modo affinché il rapporto tra lei e il marito non si deteriori. Siamo a un livello profondo di scavo nella mente del personaggio da parte dell’autrice.

A questo punto del racconto c’è uno spazio grafico e qualcosa cambia. È notte e siamo a letto con Malai, che non riesce a prendere sonno. Ciò che il narratore ci ha raccontato finora è una sorta di riassunto della puntate precedenti. Ed è qui che compare la zanzariera del titolo: Malai l’ha montata nella stanza accanto alla cucina, dove lei si trova insieme ai nipoti addormentati.

Malai è preoccupata per i nipoti. Capiamo che è accaduto qualcosa e, attraverso i pensieri della protagonista, scopriamo che Lamdu’an ha “una relazione con un sergente dell’esercito”, che è stanca del marito, che definisce “troppo vecchio” e che, se lui “non le avesse consentito di giocare a carte si sarebbe trovata un nuovo marito e sarebbe andata a vivere con lui nel peccato”.

Malai attribuisce le colpe dei litigi tra marito e moglie alla figlia e al suo vizio per il gioco, che sembra ricalcare la dinamica da lei vissuta con il marito, solo accennata all’inizio del racconto. Malai, quindi, si riconosce nelle difficoltà del genero, e anche per questo forse prova empatia e si avvicina emotivamente ancora di più a lui.

A questo punto il narratore ci informa che due giorni prima Malai ha appreso, con molto imbarazzo, che girava voce del fatto che lei dormisse col genero. “Non riusciva a guardare in faccia i suoi vicini. Naturalmente non era vero, benché il fatto non fosse interamente privo di fondamenti… Quando Lamdu’an aveva raccolto le sue cose ed era andata via, aveva preso con sé la grande zanzariera che era stata data loro come regalo di nozze lasciando il resto della famiglia con una sola rete da dividere, quella di Malai. Di notte Malai doveva spostarsi nella stanza del genero e montare la sua rete lì. Quando lui arrivava a casa era molto tardi e si sentiva depresso e abbattuto. E oltretutto, era ubriaco. Si arrampicava sotto la rete, tirava verso di sé i suoi figli e, per l’effetto dell’alcol, prendeva sonno immediatamente. Malai stava già dormendo al bordo della rete”.

In poche righe, quasi incidentalmente, ci viene detto che Lamdu’an ha preso le sue cose e se n’è andata (ecco perché Malai è preoccupata per i nipoti) e ci viene spiegata la situazione ambigua che si viene a creare ogni notte. Il narratore ancora una volta giustifica Malai: è colpa di Lamdu’an che si è portata via la zanzariera (forse la famiglia non può procurarsene un’altra?) ed è sempre colpa sua (lo è davvero?) se il genero è depresso, abbattuto e ubriaco. Come fa Malai a sapere che il genero “prendeva sonno immediatamente” se, quando lui arrivava, lei “stava già dormendo al bordo della rete”?

Capiamo che qualcosa nella ricostruzione del narratore non torna, perché Malai e il genero si stanno mettendo in una situazione scivolosa. Anche la colpa della diceria viene attribuita a Lamdu’an, che avrebbe riportato maliziosamente una frase pronunciata dai figli sul fatto che Malai e il genero dormivano insieme (“Se volete sapere qualcosa, allora venite qui e ve lo dirò. Nella mia vecchia casa, mia madre e suo genero dormono sotto la stessa zanzariera”).

Mentre Malai aspetta il rientro del genero, seguiamo le preoccupazioni che scorrono nella sua mente. A quelle per i nipoti (“Cosa sarebbe successo se loro padre un domani se ne fosse andato e si fosse risposato? Sarebbero stati trattati male dalla loro matrigna? Lamdu’an era una madre veramente malvagia per non aver portato con sé i bambini”) si affiancano pensieri di un altro tipo.

Malai, dice il narratore, “non era preoccupata per sé. Se non c’era nessuno ad aver cura di lei, era ancora abbastanza forte da cercare un lavoro come cameriera in casa di qualcuno. E per quanto riguarda gli sceneggiati in televisione, avrebbe potuto smettere di guardarli”. Eppure, una serie di ricordi d’infanzia rievoca nella mente della donna un mondo perduto e una serie di affetti a cui non può più far ritorno (“Ora, benché le sarebbe veramente piaciuto ritornare a casa in campagna, non le era rimasto nulla. Tutti i fratelli e le sorelle si erano spostati per trovare un lavoro in città, ora non era rimasto nessuno”). Insomma: Malai potrebbe soddisfare da sola i propri bisogni materiali, ma è la solitudine in cui probabilmente si ritroverà ad angosciarla.

Un nuovo spazio bianco ci conduce a quello che sarà l’ultimo blocco del racconto. Il genero rientra finalmente a casa: è ubriaco e cade rotolando a terra mentre si toglie le scarpe. Quando l’uomo ritorna nella camera dopo essersi cambiato, Malai decide di andare a dormire nell’altra stanza. Lui rifiuta e lei lo tranquillizza dicendo di ave già comprato dell’insetticida per zanzare.

A quel punto il genero comunica a Malai che intende mandare i figli a vivere con la propria madre in campagna. La suocera è talmente preoccupata che non comprende qualcosa che l’uomo dice sulla zanzariera. “Era troppo spaventata per quello che sarebbe accaduto ai nipoti. Era talmente preoccupata per loro che le sembrava fossero figli suoi”. Con questa frase c’è una nuova sovrapposizione Malai e di Lamdu’an, stavolta nei confronti dei bambini. Una confusione tra i ruoli che era stata anche anticipata qualche rigo sopra, dove abbiamo letto che Malai “Una volta aveva amato ed allevato sua figlia, dispiacendosi per lei che non aveva un padre. Ma ora, la forza del suo attaccamento alla figlia non era neanche lontanamente paragonabile a quella che lei provava nei confronti dei nipoti”.

Malai avanza le sue perplessità sulla proposta del genero (“La loro nonna in provincia è vecchia. Per lei sarebbe un altro fastidio e poi non c’è nessun valido motivo”) e questa frase è seguita da un momento di silenzio e forse anche di imbarazzo che l’autrice ci fa percepire chiaramente, anche se lo evoca soltanto, facendo spiegare al narratore che di solito Malai è “molto accorta nel comportamento” nei confronti del genero. (“Dal momento che loro erano soltanto parenti acquisiti, lei non osava proporsi come “madre”. Lui, d’altro canto, si sarebbe sentito in imbarazzo, dato che non era molto più giovane di lei. Ogniqualvolta parlavano l’una con l’altro evitavano sempre pronomi che potessero marcare la relazione madre-figlio”).

Insomma, se il ruolo di Malai è sovrapponibile a quello della figlia in una confusione ricercata dall’autrice in diversi punti del racconto, nei confronti del genero lei sta bene attenta a non porsi come una madre: non è quello ciò che sente.

In questo passaggio, più dello scambio di battute tra i personaggi, che poco o nulla aggiunge a quello che già il lettore conosce, è quello che succede tra una frase e l’altra del dialogo che ci comunica qualcosa, perché sono i loro corpi e i loro movimenti a parlare. (“…disse lui, sprofondando al fianco della zanzariera” e ancora “Era steso di fianco alla zanzariera e, poggiandosi sulle braccia ripiegate sul cuscino, fissò il soffitto come se qualcosa avesse attirato il suo interesse”).

A questo punto l’uomo ammette di essere a conoscenza del fatto che la moglie è andata a vivere con un altro e il narratore specifica che “sebbene fosse ubriaco, aveva ancora il controllo di sé”, perché “dalla sua voce pareva che stesse parlando di una faccenda ordinaria, comune”. Una frase che carica ancora di più l’attesa rispetto a quello che noi lettori ormai ci aspettiamo che accada tra i due.

Il genero decide che dormirà fuori dalla zanzariera e chiede a Malai di restare dov’è, giustificando la richiesta con le esigenze della figlia (“Rimani dove sei. Tù si sveglia sempre di notte, piangerà ancora per sua madre. Non posso badare a lei. Accenderò io stesso la spirale”) e il narratore ci informa che “era come se leggesse il pensiero della suocera”, o almeno, questa è l’impressione di Malai, che si sente compresa nel suo istinto di cura verso i bambini.

I due si sdraiano quindi separati dalla zanzariera. Sono ancora entrambi svegli e il silenzio intorno a loro è rotto da “un inatteso verso di cuculo” (“dietro le case non era rimasta più molta terra selvaggia, dove poteva trovarsi un cuculo”). Il verso dell’uccello è come il sassolino che preannuncia la frana. Subito infatti è seguito da un altro evento inatteso: il genero si mette a piangere. Fino a qualche minuto prima aveva il controllo di sé, invece adesso si lascia andare. E di tanto in tanto colpisce una zanzara.

Malai vorrebbe consolarlo, o almeno proteggerlo dalle zanzare. È confusa e indecisa sul da farsi, ma alla fine decide di alzarsi e, trattenendo il respiro, tira il genero per le spalle dentro la rete. Lui alza la testa e si lascia andare del tutto al suo sfogo: affonda la faccia nel grembo di Malai e continua a piangere. È questo il momento del culmine dell’intimità tra Malai e il genero, che viene descritto con tanta delicatezza quanto è brutale l’interruzione e il ritorno alla realtà.

“Era come se la terra avesse smesso di girare. Le lacrime cominciarono a riempire gli occhi di Malai, mentre lui le ispirava un misto tra pietà e desiderio. Toccò piano le spalle del genero e furono attratti come lo sono un uomo ed una donna. Le dicerie del giorno prima, che avevano ingigantito la realtà, erano vagamente tra i suoi ricordi ed ora, tutto d’un tratto, sembravano essersi avverate, come se tutto fosse stato predestinato.
In quel momento, all’improvviso, Malai trasalì per la sorpresa.
– Nonna! – gridò la nipotina più piccola. – Quello è papà -. In quell’istante la piccola schizzò fuori dalla stessa zanzariera…

Prima di chiudere, qualche altra riflessione:

-A un certo punto, quando non ha ancora lasciato il marito, Lamdu’an dice alla madre: “- Mamma, sono ancora giovane. Ho ancora un futuro. Non vedo perché dovrei preoccuparmi. Pensavo che tu dicessi che gli uomini più anziani facessero fare alle loro mogli quello che vogliono…”. Questa frase apre un altro squarcio della storia. Sembra quasi che Malai abbia voluto spingere la figlia a sposare l’uomo, ben più vecchio di lei. Siamo sicuri che Lamdu’an sia la colpevole di ciò che accade (come la vede Malai) e non ne sia la vittima? La nostra è certo condizionata da quella del narratore, che è solidale a Malai, ma con questa frase l’autrice ci sta dicendo che non è tutto così semplice.

-Dicerie che si avverano e predestinazione. L’ultimo paragrafo del racconto gioca su questo piano, come se quanto successo non sia dipeso dalla volontà di Malai. Ma è davvero così? O ancora una volta è lo sguardo del narratore che con questo richiamo vuole farcelo credere? Non è stata forse Malai a voler essere vista dal genero in un certo modo, a stare sempre attenta a non essere confusa da lui con il ruolo materno, e infine a tirarlo sotto la zanzariera?

-Il genero non è caratterizzato in modo forte (non sappiamo neanche il suo nome). Questo rafforza il fatto che apparentemente, agli occhi di Malai, conta il fatto che sia in grado di prendersi cura della famiglia, assicurandole stabilità e dando affetto ai figli, cioè esattamente quello che il marito non ha fatto con lei. Non sappiamo se il genero provi dei sentimenti verso Malai: quando sono stretti nell’abbraccio finale il narratore dice che la desidera anche lui, ma non ci viene riferito ciò che l’uomo provava prima. Questo sembra non rilevare ai fini del racconto, che è incentrato sulla psicologia di Malai.

-La zanzariera è come una barriera tra i due personaggi, è un confine sociale, mentale, un sipario, qualcosa che impedisce ogni contatto fuori dall’ordinario. Nel momento in cui viene meno questa barriera si realizza l’intimità desiderata e proibita che dura però un solo istante. È la nipote che “schizza fuori dalla stessa zanzariera” a rompere l’intimità ristabilendo i ruoli e l’ordine sociale prestabilito: “Nonna! – gridò la nipotina più piccola. – Quello è papà”.

– Malai mette in atto dei comportamenti che appaiono in contrasto con quelli solitamente adottati da una buona madre o una buona nonna. Ciononostante, grazie alla terza persona con focalizzazione interna il lettore è in grado di provare empatia nei suoi confronti lei. L’autrice è comunque consapevole dell’alto grado di problematicità di queste scelte della protagonista e ci mostra, attraverso le parole della figlia, che la questione è complessa e non risolvibile in maniera semplicistica.

E voi? Avete notato altri elementi interessanti nel racconto? Che riflessioni ha innescato questa lettura? Se vi va, lasciate un commento per dire la vostra.

Per approfondire:

Sri Dao Ruang in Italia è poco nota e poco tradotta, nonostante abbia vinto diversi premi e le sue opere siano state pubblicate anche in inglese, francese, tedesco, danese, portoghese e giapponese. Sulla sua vita vi consiglio questo articolo del Bangkok Post firmato da Anchalee Kongrut (per chi volesse, è stato tradotto in Italiano qui). Sugli scrittori thailandesi tradotti in italiano rimando invece al bell’approfondimento a puntate di alcuni anni fa pubblicato qui da Asiablog.

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