“Il dono del vento”: terzo classificato il racconto “Nel giorno del giudizio”

Lo scorso ottobre mi sono lasciata suggestionare dalla figura di Federico II di Svevia, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano impero, e ho scritto un racconto a lui dedicato per la sezione “Stupor Mundi” del concorso letterario “Il dono del vento” organizzato dall’associazione Ánemos di Jesi (città dove è nato Federico). Il 13 aprile si è tenuta la cerimonia di premiazione, dove il racconto intitolato “Nel giorno del giudizio” ha ricevuto il 3° posto con la seguente motivazione:

“Un dialogo serrato che si svolge nel giorno del giudizio diviene per l’autrice l’occasione per ricostruire, in modo del tutto originale e con una buona capacità espressiva, il percorso biografico dell’imperatore e i tratti reconditi del suo carattere, nella tensione tra umiltà e potere”.

Qui l’articolo di Qdm con tutti i titoli e gli autori i vincitori.

Scrivanie immaginarie – Ennio Flaiano

Dopo la prima puntata dedicata alla scrittrice neozelandese Katherine Mansfield, torna la rubrica delle “Scrivanie immaginarie” di WeltLit, che ripercorre le vite di scrittrici e scrittori attraverso alcuni oggetti. Il nuovo protagonista è Ennio Flaiano (Pescara 1910 – Roma 1972) che nel corso della sua vita è stato giornalista, sceneggiatore, umorista, critico cinematografico e teatrale e drammaturgo. Ripercorrere la vita e la multiforme attività di scrittura di Flaiano scrittore non è semplice, ma abbiamo tentato di riuscirci attraverso sei oggetti (e un animale). Come al solito in fondo trovate una piccola bibliografia per approfondire.

Immagine: Pescara – Corso Gabriele Manthone (xilografia). Da “Le cento città d’Italia. Supplemento mensile illustrato del Secolo” Milano: Sonzogno, 1887-1902.

UNA CARTOLINA DI PESCARA — Flaiano nasce in un’abitazione di Corso Manthonè, tra i civici 91 e 101, a pochi metri dalla casa natale del poeta Gabriele D’Annunzio. Lì vicino si trova anche il forno dello zio di Flaiano, da cui si sprigiona un odore che lo scrittore ricorderà per tutta la vita, come dichiara in un’intervista del 1970 conservata tra le teche Rai. Ennio è l’ultimo di sette fratelli e la sua infanzia non è felice: viene mandato dalla famiglia in diversi collegi, tanto che la divisa nera con mantellina, berretto largo e scarpe lucide indossata dal bambino nel film “8 e ½”, a cui lavorerà con Federico Fellini, prende spunto da quella che lui stesso aveva dovuto indossare.

Nel 1922 Flaiano giunge nella Capitale su un treno pieno di camicie nere, data la concomitanza con la marcia su Roma. Con la città eterna Flaiano avrà un rapporto di amore-odio, che traspare anche dai suoi scritti: “Roma è la mia città. Talvolta posso odiarla, soprattutto da quando è diventata l’enorme garage del ceto medio d’Italia. Ma Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un’estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi” (da La Fiera Letteraria, n. 5, 14 marzo 1971).

“IL CORVO” DI EDGAR ALLAN POE — La lettura della poesia “The Raven” intorno ai 12 anni è, insieme a quella di “Madame Bovary”, uno dei primi ricordi di Flaiano legati alla letteratura. Del testo di Poe Flaiano cura anche una traduzione nel 1936, nello stesso periodo in cui apprende la notizia della scomparsa del fratello Nino. La data di questo evento (20 maggio 1936) è riportata al margine del manoscritto originale per mano dello stesso Flaiano. “La morte immotivata, alla base della poesia del Poe, è tema caro a Flaiano in quel momento particolare della sua vita, non solo per la perdita del fratello, ma anche per la partecipazione alla guerra in Etiopia”, spiega Valeria Petrocchi in un articolo su Rivistatradurre.it.

UN OROLOGIO ROTTO — A partire dall’esperienza in Etiopia, dove viene inviato come sottotenente del Genio, Flaiano scrive il suo primo e unico romanzo, intitolato “Tempo di uccidere” e vincitore nel 1947 della prima edizione del Premio Strega. Il protagonista è un giovane tenente italiano a cui duole un dente. Partito alla ricerca di un medico, si perde nel deserto e incontra Mariam, una bellissima donna indigena con cui ha un rapporto inizialmente non consenziente. Durante la notte, il tenente colpisce Mariam per errore ferendola gravemente, poi la finisce con un colpo di pistola e ne nasconde il cadavere. Solo successivamente nasce in lui il dubbio atroce di aver contratto da lei la lebbra. Come spiega Giacomo Raccis su Doppiozero: “In Tempo di uccidere un orologio rotto è l’oggetto magico che segnala la perdita di contatto da parte del giovane tenente con il tempo della storia – quella storia di violenza e privilegio di cui era incosciente protagonista – per entrare in un tempo nuovo, sospeso, ancestrale o biblico, il tempo dell’espiazione, ma anche di un’esperienza spaesante – che pure egli avrebbe dimenticato rapidamente prendendo il mare per l’Italia. Da un certo punto di vista l’orologio rotto può essere considerato il simbolo dell’intera opera di Flaiano, insospettabile nipotino di quel Tristram Shandy che raccontando la propria vita istante per istante sperava di rimandare all’infinito il confronto con la morte”.

GLI APPUNTI PER UNA CANZONETTA — Su un quadernetto di appunti, poi pubblicato col titolo di “Aethiopia. Appunti per una canzonetta” Flaiano annota tra il novembre del 1935 e il maggio del ’36 le proprie impressioni durante il periodo in Etiopia. È da questi resoconti che nasce “Tempo di uccidere”, scritto dopo che l’editore Leo Longanesi lo aveva commissionato dandogli un termine perentorio di sei mesi per la consegna (l’autore non poté apportare neanche le ultime correzioni perché il libro era già andato in stampa).

Negli appunti Flaiano esprime il proprio sguardo critico sulla guerra coloniale cui stava prendendo parte (“Le colonie si fanno con la Bibbia alla mano, ma non ispirandosi a ciò che vi è scritto”, recita il primo appunto). Come altri testi letterari ambientati nel periodo coloniale, anche nei confronti di “Tempo di uccidere” è possibile rivolgere la critica che lo scrittore nigeriano Chinua Achebe ha mosso nel 1977 a “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad: “Chi studia Cuore di tenebra spesso vi dirà che l’interesse di Conrad non è tanto l’Africa quanto il degrado di una mente europea provocato dalla solitudine e dalla malattia. (…) L’Africa come scenario e fondale da cui è stato eliminato l’africano come fattore umano. L’Africa come campo di battaglia metafisico privo di ogni umanità riconoscibile, nel quale l’europeo vagabondo entra a suo rischio e pericolo. Qualcuno riesce a notare l’arroganza mostruosa e perversa di questo ridurre l’Africa ad arredo di scena per lo spettacolo del disfacimento di una meschina mente europea?” [da Speranze e ostacoli. Saggi scelti (1965-‘87), Milano, Jaca Book,1998].

UN CALABRONE — Oltre al lavoro trentennale come soggettista e sceneggiatore, Flaiano è soprattutto noto come autore di recensioni, brevi racconti, invenzioni satiriche, aforismi e notazioni di costume. In un articolo uscito nel 1957 sul Mondo, e poi confluito in “La solitudine del satiro”, Flaiano usa questa metafora per descrivere il suo rapporto con la scrittura: «Un calabrone entra nella stanza illuminata e va a battere velocemente contro la lampada, le pareti, i mobili. Subito si avverte il rumore secco delle sue zuccate. Dopo un po’ si acquatta per riprendere le forze. Ricomincia allora a urtare contro la lampada, le pareti, i vetri, e daccapo contro la lampada. Infine cade sul tavolo, zampe all’aria, e la mattina dopo è secco, leggero, morto. Non ha capito niente, ma non si può dire che non abbia tentato».

UNA FOTO DELLA SPIAGGIA DI FREGENE — Nel 1940 Flaiano sposa Rosetta Rota, matematica e fisica che insegna all’università e frequenta il gruppo di via Panisperna. Nel 1942 nasce Luisa, detta Lelè, che fin dai primi mesi di vita è affetta da una grave encefalopatia. Da quel momento Rota dedica tutte le sue energie alla cura della figlia, mentre Flaiano fatica ad accettare la malattia. In un’intervista del 1995 Rota (scomparsa del 2003) raccontava a Massimo Cutò: “Ennio mi fece giurare che non avrei mai letto i suoi libri. Quando è morto, sciolta la promessa, ho capito perché. Il riferimento è costante. In Tempo di uccidere, la lebbra è una metafora della malattia di Lèlè. Lui stesso lo lascia intendere in una lettera a Maria Bellonci, quando definisce il romanzo una confessione e una speranza”. E ancora, a proposito del rapporto del marito con la figlia: “L’amava di un amore purissimo. Sconfinato. La sua felicità era passeggiare con lei, mano nella mano, sulla spiaggia di Fregene. In mezzo ai pescatori, gente semplice che capisce la sofferenza e conosce la solidarietà. Per questo ha voluto essere seppellito lì”. Ennio Flaiano riposa vicino alla moglie e alla figlia a Maccarese, a pochi chilometri da Fregene.

Per approfondire:

  • Ennio Flaiano, La mia Pescara, 1970 (disponibile online su Rai Teche a questo link)
  • FLAIANO, Ennio Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 48 (1997) (disponibile online su Rai Teche a questo link)
  • UNA VERSIONE GIOVANILE INEDITA DI ENNIO FLAIANO DA THE RAVEN DI POE di Valeria Petrocchi su Rivistatradurre.it (disponibile qui)
  • Il docufilm “Ennio Flaiano, straniero in patria” di Valeria Parisi, Fabrizio Corallo (disponibile su RaiPlay)
  • Gettoni di Letteratura – Ennio Flaiano (disponibile su Raiplaysound)
  • “Ricordando Ennio Flaiano a 50 anni dalla morte” di Massimo Cutò (disponibile online su “La voce di New York” a questo link)
  • Ugo Fracassa (2020), “Piaghe (non) molto diverse”. Prodromi italiani del mal d’Africa in Flaiano. In S.J. Andrea Gialloreto (a cura di), “Un buon scrittore non precisa mai”. Per i settant’anni di Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. (pp. 57-75). Novate Milanese : Prospero Editore.

LIBRI SU ENNIO FLAIANO:

R. Minore e F. Pansa, “Ennio l’alieno. I giorni di Flaiano” (Mondadori, 2022)

T. Pincio, “Diario di un’estate marziana” (Giulio Perrone, 2022)

Menzione d’onore al Premio Letterario Internazionale Selinunte per “Lu lattanti di la cuba”

Domenica 25 febbraio il racconto in dialetto siciliano “Lu lattanti di la cuba” è stato premiato con la Menzione d’Onore nell’ambito del Premio Letterario Internazionale Selinunte, promosso da Società Dante Alighieri Castelvetrano, Panta Rei-Banca del Libro e ArcheoClub “Emi Selinios” (Premio “Paola Grassa” – Sezione Racconto in Dialetto).

Qui la notizia su Castelvetranoselinunte.it, con i nomi degli altri autori premiati. Grazie alla Società Dante Alighieri Castelvetrano per questa opportunità.

Dentro il racconto – “La zanzariera” di Sri Dao Ruang

Il racconto scelto per il quarto appuntamento della rubrica si intitola “La zanzariera” ed è firmato da Sri Dao Ruang (o Sidaoruang), nome d’arte della scrittrice thailandese Wanna Sawatsi, classe 1943. È tratto da “L’amato difetto e altri racconti“, Besa editrice, Lecce, 1998 (traduzione di Giuseppe Striccoli e Anna Simone), ma è stato pubblicato anche sulla rivista online “Sagarana” ed è disponibile a questo link. Come sempre, avverto che farò spoiler sul contenuto del racconto, per cui il consiglio è di leggerlo prima.

“La zanzariera” è il racconto di un desiderio proibito, quello di una donna quarantenne, Malai, per il genero poco più giovane di lei. Dopo la separazione dal marito (“un buono a nulla che andava sempre in giro a giocare d’azzardo”) Malai trova lavoro come trasportatrice di cemento e riesce così a vivere in affitto in una “stanza piccola e disadorna” insieme alla figlia Lamdu’an. Sappiamo che sono molto povere, perché ci viene detto che “né la madre né la figlia avevano mai avuto cose graziose”.

La loro vita cambia con l’arrivo del “genero” (la parola è tra virgolette anche la prima volta che compare nel racconto: forse un piccolo indizio del fatto che questo ruolo è destinato a cambiare?) di cui il narratore non ci dice mai il nome. L’uomo può garantire a Malai e a sua figlia una situazione economica nettamente migliore: un tetto stabile sopra la testa, vestiti carini da indossare per Lamdu’an e persino la televisione da poter guardare la sera. Grazie a questa nuova condizione, Malai può lasciare il lavoro per badare ai nipotini (Tum di 7 anni e Tù di 3) e aiutare la figlia nelle faccende domestiche.

Questi fatti, ripercorsi nelle prime righe, sono raccontati da un narratore che parla in terza persona ma che conosce i pensieri che attraversano la mente di Malai (c.d. focalizzazione interna al personaggio). Grazie a questo tipo di narratore sappiamo che Malai, con l’arrivo del genero, diventa “più felice e abbastanza contenta di quello che le stava riservando la vita” e che lei arriva a domandarsi cosa avrebbe potuto volere di più “alla sua età”. Il conflitto tra ciò che Malai può desiderare e quello che invece desidera realmente è il cuore del racconto.

Nonostante la focalizzazione interna, il narratore non ci dice mai che Malai si innamora del genero, perché è Malai per prima a non ammettere con sé stessa di provare dei sentimenti nei confronti dell’uomo che ha sposato la figlia: se lei non concede a se stessa questo pensiero, neanche il narratore è in grado di riportarlo.

Sappiamo che Malai non è “particolarmente bella”, ma a causa dei “lunghi anni di fatica” ha “mantenuto la linea”. È quindi attenta al suo corpo. Inoltre, il narratore ci dice che “quando cominciò a vivere sotto lo stesso tetto con il genero, Malai corresse le sue vecchie abitudini ed indossò un reggiseno”. Una scelta che lascia trasparire il desiderio o comunque la volontà di non essere “vista” dall’uomo in un certo modo.

Queste frasi possono farci aprire una riflessione sulla scelta di adottare la terza persona o la prima. Se Malai raccontasse la storia con la propria voce, potrebbe tacere al lettore dei fatti intimi, come la scelta o meno di indossare il reggiseno da quando vive con il genero. Un segreto che rivelerebbe probabilmente solo a una persona molto vicina a lei. Il narratore in terza persona, invece, nota questo piccolo cambiamento e ce lo riporta così com’è.

Al contrario di Malai, la figlia ha iniziato a ingrassare. Lamdu’an ha 25 anni, non ha mai dovuto lavorare e “nonostante la sua faccia apparisse abbastanza giovane lasciava visibile la fenditura nel suo corpetto largo di cotone che indossava sempre”.

Sul genero sappiamo ben poco: è “un uomo ben vestito dalla carnagione glabra e scura”, non è molto socievole e anzi è “alquanto mediocre”. Non proprio un tipo da far perdere la testa insomma. Ci viene detto anche che è “di due o tre anni più giovane di Malai” e che a causa del lavoro per una compagnia che ricercava acqua di falda passa alcune notti fuori casa. Ciononostante ha “gran cura di sua moglie e dei suoi figli”.

Lamdu’an invece non si interessa molto del marito. Spesso esce per andare a giocare a carte e quando lui rientra dal lavoro trova in casa “più spesso la suocera che la moglie”. Qui abbiamo una prima sovrapposizione dei ruoli tra madre e figlia, nei confronti del marito di quest’ultima.

Il narratore ci informa che “Malai dovette avvisare Lamdu’an di interessarsi di più a suo marito e le disse che doveva farsi trovare in casa quando lui rientrava di notte, ma Lamdu’an ritornava sempre alla sua tana del gioco” e che “alla fine ciò causò dei problemi”. In questo passaggio percepiamo la solidarietà del narratore nei confronti di Malai: è come se la giustificasse, rispetto a ciò che accadrà dopo.

È un modo di raccontare coerente con la scelta della focalizzazione interna, dato che questo pensiero è attribuibile a Malai e si lega perfettamente alla fase di negazione dei propri sentimenti che lei sta vivendo. Non solo non ammette di provare qualcosa verso il genero, ma indica alla figlia il modo affinché il rapporto tra lei e il marito non si deteriori. Siamo a un livello profondo di scavo nella mente del personaggio da parte dell’autrice.

A questo punto del racconto c’è uno spazio grafico e qualcosa cambia. È notte e siamo a letto con Malai, che non riesce a prendere sonno. Ciò che il narratore ci ha raccontato finora è una sorta di riassunto della puntate precedenti. Ed è qui che compare la zanzariera del titolo: Malai l’ha montata nella stanza accanto alla cucina, dove lei si trova insieme ai nipoti addormentati.

Malai è preoccupata per i nipoti. Capiamo che è accaduto qualcosa e, attraverso i pensieri della protagonista, scopriamo che Lamdu’an ha “una relazione con un sergente dell’esercito”, che è stanca del marito, che definisce “troppo vecchio” e che, se lui “non le avesse consentito di giocare a carte si sarebbe trovata un nuovo marito e sarebbe andata a vivere con lui nel peccato”.

Malai attribuisce le colpe dei litigi tra marito e moglie alla figlia e al suo vizio per il gioco, che sembra ricalcare la dinamica da lei vissuta con il marito, solo accennata all’inizio del racconto. Malai, quindi, si riconosce nelle difficoltà del genero, e anche per questo forse prova empatia e si avvicina emotivamente ancora di più a lui.

A questo punto il narratore ci informa che due giorni prima Malai ha appreso, con molto imbarazzo, che girava voce del fatto che lei dormisse col genero. “Non riusciva a guardare in faccia i suoi vicini. Naturalmente non era vero, benché il fatto non fosse interamente privo di fondamenti… Quando Lamdu’an aveva raccolto le sue cose ed era andata via, aveva preso con sé la grande zanzariera che era stata data loro come regalo di nozze lasciando il resto della famiglia con una sola rete da dividere, quella di Malai. Di notte Malai doveva spostarsi nella stanza del genero e montare la sua rete lì. Quando lui arrivava a casa era molto tardi e si sentiva depresso e abbattuto. E oltretutto, era ubriaco. Si arrampicava sotto la rete, tirava verso di sé i suoi figli e, per l’effetto dell’alcol, prendeva sonno immediatamente. Malai stava già dormendo al bordo della rete”.

In poche righe, quasi incidentalmente, ci viene detto che Lamdu’an ha preso le sue cose e se n’è andata (ecco perché Malai è preoccupata per i nipoti) e ci viene spiegata la situazione ambigua che si viene a creare ogni notte. Il narratore ancora una volta giustifica Malai: è colpa di Lamdu’an che si è portata via la zanzariera (forse la famiglia non può procurarsene un’altra?) ed è sempre colpa sua (lo è davvero?) se il genero è depresso, abbattuto e ubriaco. Come fa Malai a sapere che il genero “prendeva sonno immediatamente” se, quando lui arrivava, lei “stava già dormendo al bordo della rete”?

Capiamo che qualcosa nella ricostruzione del narratore non torna, perché Malai e il genero si stanno mettendo in una situazione scivolosa. Anche la colpa della diceria viene attribuita a Lamdu’an, che avrebbe riportato maliziosamente una frase pronunciata dai figli sul fatto che Malai e il genero dormivano insieme (“Se volete sapere qualcosa, allora venite qui e ve lo dirò. Nella mia vecchia casa, mia madre e suo genero dormono sotto la stessa zanzariera”).

Mentre Malai aspetta il rientro del genero, seguiamo le preoccupazioni che scorrono nella sua mente. A quelle per i nipoti (“Cosa sarebbe successo se loro padre un domani se ne fosse andato e si fosse risposato? Sarebbero stati trattati male dalla loro matrigna? Lamdu’an era una madre veramente malvagia per non aver portato con sé i bambini”) si affiancano pensieri di un altro tipo.

Malai, dice il narratore, “non era preoccupata per sé. Se non c’era nessuno ad aver cura di lei, era ancora abbastanza forte da cercare un lavoro come cameriera in casa di qualcuno. E per quanto riguarda gli sceneggiati in televisione, avrebbe potuto smettere di guardarli”. Eppure, una serie di ricordi d’infanzia rievoca nella mente della donna un mondo perduto e una serie di affetti a cui non può più far ritorno (“Ora, benché le sarebbe veramente piaciuto ritornare a casa in campagna, non le era rimasto nulla. Tutti i fratelli e le sorelle si erano spostati per trovare un lavoro in città, ora non era rimasto nessuno”). Insomma: Malai potrebbe soddisfare da sola i propri bisogni materiali, ma è la solitudine in cui probabilmente si ritroverà ad angosciarla.

Un nuovo spazio bianco ci conduce a quello che sarà l’ultimo blocco del racconto. Il genero rientra finalmente a casa: è ubriaco e cade rotolando a terra mentre si toglie le scarpe. Quando l’uomo ritorna nella camera dopo essersi cambiato, Malai decide di andare a dormire nell’altra stanza. Lui rifiuta e lei lo tranquillizza dicendo di ave già comprato dell’insetticida per zanzare.

A quel punto il genero comunica a Malai che intende mandare i figli a vivere con la propria madre in campagna. La suocera è talmente preoccupata che non comprende qualcosa che l’uomo dice sulla zanzariera. “Era troppo spaventata per quello che sarebbe accaduto ai nipoti. Era talmente preoccupata per loro che le sembrava fossero figli suoi”. Con questa frase c’è una nuova sovrapposizione Malai e di Lamdu’an, stavolta nei confronti dei bambini. Una confusione tra i ruoli che era stata anche anticipata qualche rigo sopra, dove abbiamo letto che Malai “Una volta aveva amato ed allevato sua figlia, dispiacendosi per lei che non aveva un padre. Ma ora, la forza del suo attaccamento alla figlia non era neanche lontanamente paragonabile a quella che lei provava nei confronti dei nipoti”.

Malai avanza le sue perplessità sulla proposta del genero (“La loro nonna in provincia è vecchia. Per lei sarebbe un altro fastidio e poi non c’è nessun valido motivo”) e questa frase è seguita da un momento di silenzio e forse anche di imbarazzo che l’autrice ci fa percepire chiaramente, anche se lo evoca soltanto, facendo spiegare al narratore che di solito Malai è “molto accorta nel comportamento” nei confronti del genero. (“Dal momento che loro erano soltanto parenti acquisiti, lei non osava proporsi come “madre”. Lui, d’altro canto, si sarebbe sentito in imbarazzo, dato che non era molto più giovane di lei. Ogniqualvolta parlavano l’una con l’altro evitavano sempre pronomi che potessero marcare la relazione madre-figlio”).

Insomma, se il ruolo di Malai è sovrapponibile a quello della figlia in una confusione ricercata dall’autrice in diversi punti del racconto, nei confronti del genero lei sta bene attenta a non porsi come una madre: non è quello ciò che sente.

In questo passaggio, più dello scambio di battute tra i personaggi, che poco o nulla aggiunge a quello che già il lettore conosce, è quello che succede tra una frase e l’altra del dialogo che ci comunica qualcosa, perché sono i loro corpi e i loro movimenti a parlare. (“…disse lui, sprofondando al fianco della zanzariera” e ancora “Era steso di fianco alla zanzariera e, poggiandosi sulle braccia ripiegate sul cuscino, fissò il soffitto come se qualcosa avesse attirato il suo interesse”).

A questo punto l’uomo ammette di essere a conoscenza del fatto che la moglie è andata a vivere con un altro e il narratore specifica che “sebbene fosse ubriaco, aveva ancora il controllo di sé”, perché “dalla sua voce pareva che stesse parlando di una faccenda ordinaria, comune”. Una frase che carica ancora di più l’attesa rispetto a quello che noi lettori ormai ci aspettiamo che accada tra i due.

Il genero decide che dormirà fuori dalla zanzariera e chiede a Malai di restare dov’è, giustificando la richiesta con le esigenze della figlia (“Rimani dove sei. Tù si sveglia sempre di notte, piangerà ancora per sua madre. Non posso badare a lei. Accenderò io stesso la spirale”) e il narratore ci informa che “era come se leggesse il pensiero della suocera”, o almeno, questa è l’impressione di Malai, che si sente compresa nel suo istinto di cura verso i bambini.

I due si sdraiano quindi separati dalla zanzariera. Sono ancora entrambi svegli e il silenzio intorno a loro è rotto da “un inatteso verso di cuculo” (“dietro le case non era rimasta più molta terra selvaggia, dove poteva trovarsi un cuculo”). Il verso dell’uccello è come il sassolino che preannuncia la frana. Subito infatti è seguito da un altro evento inatteso: il genero si mette a piangere. Fino a qualche minuto prima aveva il controllo di sé, invece adesso si lascia andare. E di tanto in tanto colpisce una zanzara.

Malai vorrebbe consolarlo, o almeno proteggerlo dalle zanzare. È confusa e indecisa sul da farsi, ma alla fine decide di alzarsi e, trattenendo il respiro, tira il genero per le spalle dentro la rete. Lui alza la testa e si lascia andare del tutto al suo sfogo: affonda la faccia nel grembo di Malai e continua a piangere. È questo il momento del culmine dell’intimità tra Malai e il genero, che viene descritto con tanta delicatezza quanto è brutale l’interruzione e il ritorno alla realtà.

“Era come se la terra avesse smesso di girare. Le lacrime cominciarono a riempire gli occhi di Malai, mentre lui le ispirava un misto tra pietà e desiderio. Toccò piano le spalle del genero e furono attratti come lo sono un uomo ed una donna. Le dicerie del giorno prima, che avevano ingigantito la realtà, erano vagamente tra i suoi ricordi ed ora, tutto d’un tratto, sembravano essersi avverate, come se tutto fosse stato predestinato.
In quel momento, all’improvviso, Malai trasalì per la sorpresa.
– Nonna! – gridò la nipotina più piccola. – Quello è papà -. In quell’istante la piccola schizzò fuori dalla stessa zanzariera…

Prima di chiudere, qualche altra riflessione:

-A un certo punto, quando non ha ancora lasciato il marito, Lamdu’an dice alla madre: “- Mamma, sono ancora giovane. Ho ancora un futuro. Non vedo perché dovrei preoccuparmi. Pensavo che tu dicessi che gli uomini più anziani facessero fare alle loro mogli quello che vogliono…”. Questa frase apre un altro squarcio della storia. Sembra quasi che Malai abbia voluto spingere la figlia a sposare l’uomo, ben più vecchio di lei. Siamo sicuri che Lamdu’an sia la colpevole di ciò che accade (come la vede Malai) e non ne sia la vittima? La nostra è certo condizionata da quella del narratore, che è solidale a Malai, ma con questa frase l’autrice ci sta dicendo che non è tutto così semplice.

-Dicerie che si avverano e predestinazione. L’ultimo paragrafo del racconto gioca su questo piano, come se quanto successo non sia dipeso dalla volontà di Malai. Ma è davvero così? O ancora una volta è lo sguardo del narratore che con questo richiamo vuole farcelo credere? Non è stata forse Malai a voler essere vista dal genero in un certo modo, a stare sempre attenta a non essere confusa da lui con il ruolo materno, e infine a tirarlo sotto la zanzariera?

-Il genero non è caratterizzato in modo forte (non sappiamo neanche il suo nome). Questo rafforza il fatto che apparentemente, agli occhi di Malai, conta il fatto che sia in grado di prendersi cura della famiglia, assicurandole stabilità e dando affetto ai figli, cioè esattamente quello che il marito non ha fatto con lei. Non sappiamo se il genero provi dei sentimenti verso Malai: quando sono stretti nell’abbraccio finale il narratore dice che la desidera anche lui, ma non ci viene riferito ciò che l’uomo provava prima. Questo sembra non rilevare ai fini del racconto, che è incentrato sulla psicologia di Malai.

-La zanzariera è come una barriera tra i due personaggi, è un confine sociale, mentale, un sipario, qualcosa che impedisce ogni contatto fuori dall’ordinario. Nel momento in cui viene meno questa barriera si realizza l’intimità desiderata e proibita che dura però un solo istante. È la nipote che “schizza fuori dalla stessa zanzariera” a rompere l’intimità ristabilendo i ruoli e l’ordine sociale prestabilito: “Nonna! – gridò la nipotina più piccola. – Quello è papà”.

– Malai mette in atto dei comportamenti che appaiono in contrasto con quelli solitamente adottati da una buona madre o una buona nonna. Ciononostante, grazie alla terza persona con focalizzazione interna il lettore è in grado di provare empatia nei suoi confronti lei. L’autrice è comunque consapevole dell’alto grado di problematicità di queste scelte della protagonista e ci mostra, attraverso le parole della figlia, che la questione è complessa e non risolvibile in maniera semplicistica.

E voi? Avete notato altri elementi interessanti nel racconto? Che riflessioni ha innescato questa lettura? Se vi va, lasciate un commento per dire la vostra.

Per approfondire:

Sri Dao Ruang in Italia è poco nota e poco tradotta, nonostante abbia vinto diversi premi e le sue opere siano state pubblicate anche in inglese, francese, tedesco, danese, portoghese e giapponese. Sulla sua vita vi consiglio questo articolo del Bangkok Post firmato da Anchalee Kongrut (per chi volesse, è stato tradotto in Italiano qui). Sugli scrittori thailandesi tradotti in italiano rimando invece al bell’approfondimento a puntate di alcuni anni fa pubblicato qui da Asiablog.

Gli altri articoli della rubrica “Dentro il racconto”:

Occhio ai classici – “Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie” di Lewis Carroll

Nella mente di Charles Lutwidge Dodgson (Daresbury, 1832 – Guildford, 1898) in arte Lewis Carroll, l’idea originaria per “Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie” si accende quando, durante una gita in barca, si trova a intrattenere le figlie di George Liddell, decano del Christ Church College di Oxford, dove Dodgson insegna matematica. Siamo nel 1862: la piccola Alice Liddell ha dieci anni, le sue sorelle Edith e Lorina ne hanno rispettivamente otto e tredici.

È proprio Alice Liddell a chiedere a Carroll di mettere la storia per iscritto, e lui le accontenta: nasce così “Le avventure di Alice nel Sottosuolo” – questo il titolo del primo manoscritto, illustrato dallo stesso autore. Una volta ampliato e rivisto, il romanzo esce nel 1865, con le illustrazioni di John Tenniel, noto per le sue vignette satiriche. Esce invece nel 1871 “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò“, il seguito della storia di Alice.

Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie” è diventato un classico per l’infanzia (e non solo) ancora apprezzato a oltre un secolo e mezzo dalla pubblicazione, che ha dato vita a numerose riletture e adattamenti, tra cui il famosissimo film d’animazione Disney del 1951. Nel romanzo l’elemento fantastico è preponderante: Alice, “stanca di sedere sul poggio, accanto a sua sorella, senza far nulla”, insegue il Coniglio bianco nella sua tana e si ritrova in un mondo sconosciuto e sorprendente.

Incontra creature bizzarre, ormai entrate nell’immaginario collettivo grazie alla versione animata, come il Dronte o Dodo (Capitan Libeccio) della Maratonda (in origine Corsa scompigliata), il Gatto del Cheshire (Stregatto), il Bruco (Brucaliffo), il Cappellaio (Cappellaio matto), la Lepre di Marzo (Leprotto Bisestile) e la Regina (Regina di cuori). Ma anche altre figure che nel film hanno un ruolo minore o svaniscono del tutto, come il Lori, la lucertola Guglielmo, il Ghiro, il Grifone, la Falsa Tartaruga, la Duchessa e gli altri abitanti della sua casa (il Valletto Rana, la Cuoca amante del pepe e il Bambino Maiale).

Allo stesso tempo, Alice vive situazioni paradossali che hanno a che fare con i cambiamenti del proprio corpo o con le convenzioni sociali dell’età vittoriana, come la conversazione, il gioco del croquet o l’usanza del tè. Il lettore si sorprende delle stranezze di questo mondo attraverso il punto di vista della bambina, che proprio per la sua giovane età è in grado di accettare le leggi magiche che regolano il Paese delle meraviglie. Questo è un luogo in cui l’autore gioca con il nonsense, ma è comunque regolato da una sua coerenza interna (ad esempio, Alice si ingrandisce o si rimpicciolisce quando mangia o beve qualcosa) e in cui i personaggi interagiscono sulla base di una gerarchia sociale (ad esempio, le carte da gioco rispondono al Re e alla Regina).

Impressioni di lettura

Carroll ci spinge a seguire i ragionamenti di Alice, che suonano strampalati agli adulti, ma rispecchiano perfettamente certi stati d’animo, sensazioni, esperienze vissuti dai bambini nella loro scoperta del mondo. Sempre grazie al filtro dello sguardo infantile, l’autore riesce a realizzare anche la caricatura dei vizi e delle ipocrisie degli adulti.

Una parte molto importante del romanzo sono i giochi di parole e le filastrocche volutamente sbagliate. La presenza di questi elementi rende la traduzione de “Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie” una sfida non semplice. In un recente articolo di Giulia Ziino pubblicato su La Lettura del Corriere della sera (che segnala l’uscita della nuova traduzione di Carlo Prosperi con le bellissime illustrazioni di Sergio per La nave di Teseo) si legge che “molte delle invenzioni linguistiche e della trama giocano sulla deformazione di modi di dire, filastrocche e storielle che, ai contemporanei dell’autore, anche bambini, dovevano risultare immediatamente comprensibili”. Al contrario, al lettore di oggi, soprattutto se non madrelingua inglese, risultano quasi impossibili da cogliere.

Qui di seguito un esempio di dialogo tra Alice e la Duchessa, tratto dalla versione del romanzo disponibile gratuitamente su Liber Liber (Edizione Loescher Traduzione dall’inglese di Teodorico Pietrocola-Rossetti), in cui Carroll gioca con il paradosso e l’ironia:

“Scommetto che siete sorpresa perchè non vi cingo la vita col mio braccio,” disse la Duchessa dopo qualche istante, “ma gli è perchè non so che razza d’umore abbia il vostro fenicòntero. Facciamo la prova?”
“Potrebbe mordervi,” rispose Alice, che non ne voleva di quelli esperimenti.
“È vero,” disse la Duchessa: “i fenicònteri e la senape pizzicano entrambi, e la morale è questa – “‘Chi si rassembra s’assembra’”.
“Ma la senape non è un uccello,” osservò Alice.
“Bene, come sempre,” disse la Duchessa: “voi dite ogni cosa assai benino!”
“È un minerale, credo,” disse Alice.
“Certo,” rispose la Duchessa, che pareva desiderasse d’acconsentire a tutte le cose che diceva Alice; “quì vicino c’è una grande miniera di senape. E la morale di ciò è questa – ‘La miniera è la maniera di gabbar la gente intiera.'”
“Oh lo so!” sclamò Alice, che non aveva badato alle parole della Duchessa, “è un vegetale. Non ne ha l’apparenza, ma lo è.”
“Proprio così,” disse la Duchessa, “e la morale di ciò è questa – ‘Siate quello che volete parere’ – o se volete che ve lo dica più semplicemente – ‘Non vi crediate mai d’essere altra se non quella che apparite ad altri d’essere o d’essere stata o che possiate essere, e l’esser non è altro che l’essere di quell’essere ch’è l’essere dell’essere, e non altrimenti.'”
“Credo che l’intenderei meglio,” disse Alice con molta garbatezza, “se me la scriveste, ma non posso seguirvi con la mente quando la dite.”
“Questo è nulla rimpetto a quel che potrei dire, se ne avessi voglia,” soggiunse la Duchessa, contenta come una pasqua.
“Non v’incomodate a dirne di più lunghe di quella che avete recitata or ora,” disse Alice.
“Che incomodo!” rispose la Duchessa. “Vi fo un regalo di tutto ciò che ho detto sino ad ora.”

Letture critiche e dibattito sulla vita di Carroll

Per i temi e le modalità della narrazione, “Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò” si prestano a letture critiche in chiave psicanalitica. Nel 1966, lo psicoanalista e psichiatra francese Jacques Lacan dedicò un omaggio a Lewis Carroll alla radio francese. Ventisette anni dopo, anche il filosofo francese Gilles Deleuze, sebbene con un approccio differente, dedica un approfondimento allo scrittore, facendo riferimento anche al terzo romanzo di Carroll, il meno conosciuto “Sylvie e Bruno“.

In conclusione, un cenno sul dibattito intorno alla vita di Carroll che si è sviluppato nel corso degli anni a partire dall’ipotesi di un interesse di tipo sessuale nei confronti di Alice Liddell e/o delle sue sorelle. Nonostante alcuni autori e biografi di Carroll abbiano speculato sulla natura della relazione tra lo scrittore e le bambine, non si sono mai trovate prove sulla presunta pedofilia di Dodgson.

Una biografia di Karoline Leach pubblicata alla fine degli anni Novanta ha tentato di ricostruire la vita dello scrittore sulla base dei riscontri oggettivi. Per abbattere quello che definisce “il mito di Dodgson”, Leach ha anche fondato un’associazione chiamata Contrariwise, che raccoglie nuovi studi su Carroll.

Per approfondire:

K. Leach, Lewis Carroll. La vera storia del papà di Alice, Castelvecchi (2015)

A. Di Ciaccia, Il Lewis Carroll di Lacan, “La Psicoanalisi” 37 (2005), 7-10

Lacan e Deleuze lettori di Alice. La conquista della superficie, tra sintomo e splendore dell‘evento. Testi di Jacques Lacan e Gilles Deleuze. Presentazione e traduzione di Andrea Tisano su Enagramma.it, dicembre 2018

Contrariwise. The association for new Lewis Carroll studies

“Il piano B” tra i vincitori del Premio Nabokov Racconti 2023

Un esercizio di scrittura, diventato un piccolo racconto, ha trovato casa. Si intitola “Il piano B” ed è uno dei vincitori del Premio Nabokov Racconti 2023 che saranno pubblicati in un’antologia dal titolo “I racconti del Nabokov”.

Il premio Nabokov è giunto alla sua XVIII edizione e si rivolge a narrativa, poesia e saggistica edita e inedita.

Scrivanie immaginarie – Katherine Mansfield

Salutiamo l’anno appena trascorso inaugurando una nuova rubrica, dedicata alle vite degli scrittori raccontate attraverso alcuni oggetti. Il primo appuntamento è dedicato a Katherine Mansfield, di cui nel 2023 si è celebrato il centenario dalla morte. Ecco gli oggetti scelti per raccontarla:

UN BIGLIETTO SIGLATO – Katherine Mansfield nasce nel 1888 in una famiglia dell’alta borghesia di Wellington, in Nuova Zelanda. Il suo nome è Kathleen Beauchamp, ma si firma in moltissimi modi diversi, tra cui Kass, Katie, K.M., Julian Mark, Katherine Schönfeld, Matilda Berry, Katiushka ed Elizabeth Stanley. Un percorso alla ricerca della propria identità di artista, che la conduce a diventare Katherine Mansfield, scegliendo il cognome della nonna e modificando leggermente il suo nome proprio.

UN TACCUINO – Costretta al rientro in Nuova Zelanda dopo tre anni trascorsi al Queen’s College di Londra per completare gli studi, nel 1907 Katherine Mansfield compie un’escursione in Urewera, un territorio dell’entroterra neozelandese in cui vivono i maori. Durante il viaggio riempie il suo taccuino delle proprie sensazioni e percezioni: negli anni successivi lo porterà sempre con sé, durante le sue innumerevoli peregrinazioni. I suoi racconti neozelandesi attingeranno proprio da quegli appunti odori, suoni e atmosfere fantastiche.

UNA FOTO DEL FRATELLO LESLIE – Leslie Heron Beauchamp, unico figlio maschio della famiglia, molto amato da Katherine, si arruola nell’esercito britannico durante la Prima Guerra Mondiale e rimane ucciso in un incidente sul fronte occidentale. Dopo la sua morte, Katherine Mansfield inizia a scrivere un racconto lungo “L’aloe”, che lei chiamava “il mio romanzo”. Come dichiara lei stessa, Katherine scrive del proprio Paese di origine come omaggio a Leslie: “Tu, mio piccolo sole di quei luoghi, sei tramontato. Sei caduto oltre il bordo splendente del mondo. Ora devo fare la mia parte”. I temi della morte e del dolore sono al centro dello straordinario racconto “La mosca”, in cui un uomo che ha perso il figlio in guerra tormenta un insetto che prova ostinatamente a sopravvivere.

UNA LETTERA DI VIRGINIA WOOLF – È a partire da “L’aloe”, profondamente trasformato nei due anni successivi, che Katherine Mansfield trae uno dei suoi racconti più intensi, “Preludio”, pubblicato dalla Hogarth Press, la casa editrice di Virginia Woolf e di suo marito Leonard. Le due scrittrici si incontrano per la prima volta a casa di un amico comune: Katherine ammira molto Virginia, che ha quattro anni più di lei e ha già pubblicato il suo primo romanzo. Virginia invece sembra non apprezzare la disinvoltura nel vestire di Katherine e le voci sulle sue relazioni amorose. Dopo l’iniziale diffidenza, Virginia si avvicina a Katherine chiedendole un racconto per la sua nascente casa editrice: un evidente segno di stima. Le due scrittrici si scambiano diverse lettere e iniziano a incontrarsi spesso. Col tempo il loro rapporto diventa un’amicizia caratterizzata da quella che Woolf stessa definisce una “stranissima sensazione di eco”.

UN FIORE DELL’ALBERO DI PERO – Katherine non ha mai avuto una salute di ferro, ma i suoi problemi si intensificano nel dicembre 1917 e lei decide di partire per la Costa azzurra per evitare il rigido inverno londinese. Lì ha un violento attacco di tosse e per la prima volta il suo fazzoletto si macchia di sangue. Pochi giorni prima aveva iniziato a scrivere il suo racconto intitolato “Bliss” (Felicità), in cui la protagonista Bertha Young sente un’inspiegabile fiamma di gioia guizzare dentro di sé mentre organizza una cena in casa propria. Bertha osserva dalla finestra della propria casa scintillante un pero fiorito, simbolo dell’epifania improvvisa che coglie la protagonista. Ma anche simbolo della natura che continua a splendere nonostante il crollo delle maschere dietro cui si nasconde la verità. Negli anni successivi Katherine continua a viaggiare insieme all’amica di una vita Ida Baker. Si reca in Italia, Francia e Svizzera, alla ricerca di una cura che possa guarirla. Nel 1922 si reca all’Istituto armonico per lo sviluppo dell’uomo, aperto a Fontainebleau, vicino Parigi, da Georges Ivanovic Gurdjieff. Lì Katherine Mansfield muore la sera del 9 gennaio 1923, a soli 34 anni. 

FONTI:

“Voglio essere vera. Vita e destino di Katherine Mansfield” puntata di Pantheon su RaiRadio3 con Nadia Fusini e Sara De Simone: https://www.raiplaysound.it/playlist/voglioessereveravitaedestinodikatherinemansfield

“Katherine Mansfield”. Biografia su “Enciclopedia delle donne”: https://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/katherine-mansfield/

“Non credevo che fosse possibile amare come io amo lui”. Katherine Mansfield e la morte del fratello Leslie. Che accese la sua nostalgia e il suo genio, su Pangea: https://www.pangea.news/katherine-mansfield-la-scrittrice-e-la-morte-del-fratello/

RACCONTI DI KATHERINE MANSFIELD DISPONIBILI ONLINE:

“La mosca” su Osservatorio Cattedrale: https://www.osservatoriocattedrale.com/racconti-dautore-in/2022/10/7/la-mosca-di-katherine-mansfield

“Psicologia” letto da Valter Zanardi su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=_lCZKJMvxBk

“Il moto del pendolo” su Sagarana: https://www.sagarana.net/rivista/numero15/narrativa3.html

Altri racconti sono disponibili su RaiPlaySound: https://www.raiplaysound.it/audiolibri/iraccontidikatherinemansfield

LIBRI DI (E SU) KATHERINE MANSFIELD:

K. Mansfield, “Qualcosa di infantile ma di molto naturale. Tutti i racconti” (Adelphi, 2023)

K. Mansfield, “Viaggio in Urewera” (Adelphi, 2015)

P. Citati, “Vita breve di Katherine Mansfield” (Adelphi, 2014)

N. Fusini, “La figlia del sole. Vita ardente di Katherine Mansfield” (Feltrinelli, 2023)

S. De Simone, “Nessuna come lei. Katherine Mansfield e Virginia Woolf. Storia di un’amicizia” (Neri Pozza, 2023)

RIFERIMENTI FOTOGRAFICI:

Foto di Katherine Mansfield: Adelphi Studios Ltd. Pickthall, Charlotte Mary, 1887-1966 : Katherine Mansfield. Ref: 1/4-017274-F. Alexander Turnbull Library, Wellington, New Zealand. /records/23032500

Foto di Leslie Heron Beauchamp: Lafayette, C, active 1914. Lafayette, C :Leslie Heron Beauchamp [1914?]. Ref: A-006-001. Alexander Turnbull Library, Wellington, New Zealand. /records/22585575

“Racconto di Natale” di Dino Buzzati

La terza puntata della rubrica “Dentro il racconto”

Dopo il racconto “Le formiche” di Lygia Fagundes Telles e il racconto in versi “Limonata” di Raymond Carver, per questo terzo appuntamento della rubrica ho scelto un testo di Dino Buzzati intitolato “Racconto di Natale” che si sposa particolarmente con questo periodo dell’anno e spero possa aiutarvi a entrare un po’ nel clima natalizio.

Come sempre, entreremo nel racconto provando a osservare come è costruito, arredato, su quali fondamenta si regge. Un’esplorazione più che una recensione. Anche stavolta il consiglio è di leggere il testo prima della rubrica (svelerò il finale, quindi non dite che non vi avevo avvertiti).

Il racconto di Buzzati si può leggere integralmente a questo link oppure si può ascoltare la lettura su Youtube dell’attrice Chiara Foianesi (che sul suo canale pubblica audiolibri, monologhi e sketch). Io l’ho letto dalla raccolta “La boutique del mistero” (1968), ma era stato pubblicato dieci anni prima anche in “Sessanta racconti“.

“Racconto di Natale” è la storia di un prete, lo “zelante” don Valentino, segretario di sua eccellenza l’arcivescovo, che la sera di Natale allontana un “un poverello in cenci” che era venuto a bussare alla porta del Duomo, era rimasto stupito dalla “quantità di Dio” di cui l’edificio traboccava, e ne aveva chiesto un po’ per lui (Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale).

Don Valentino rifiuta di condividere la presenza di Dio che “dilaga nel tempio”: È di sua eccellenza l’arcivescovo” rispose il prete. “Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! e poi ancora: “Ti ho detto di no… Puoi andare… Il Duomo è chiuso al pubblico” e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire. Il poverello quindi si allontana, ma con lui svanisce anche Dio.

Sin da questa prima scena, capiamo che il racconto è basato su un elemento “fantastico” o “surreale” caricato di un forte significato allegorico: la presenza di Dio è un elemento fisico, tangibile, che riempie lo spazio; la sua vicinanza dona gioia alle persone che lo hanno con loro, la condivisione (potremmo dire: la carità cristiana) lo avvicina e ne moltiplica la presenza, mentre l’egoismo lo allontana.

“Racconto di Natale” ha una struttura abbastanza semplice, ma non per questo banale. È quello che potremmo definire un racconto “a schema”, perché basato sulla ripetizione di una sequenza con piccole variazioni, in un crescendo narrativo (sui racconti “a schema” consiglio la lettura di “Un bagno nello stagno sotto la pioggia” di George Saunders).

Don Valentino, preoccupato che l’arcivescovo rimanga senza Dio la notte di Natale, si mette in viaggio e inizia a cercarlo per la città. Inizialmente bussa alla porta della casa di una “famiglia amica”, in cui “Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio”. Chiede di poter avere un po’ di Dio, ma il capofamiglia rifiuta: “Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.” E anche stavolta Dio si allontana, abbandonando chi pretende di tenerlo tutto per sé. Si ripete così una prima volta lo schema che il lettore ha già visto accadere tra don Valentino e il poverello.

Il prete continua a camminare fino alla campagna alle “porte della città”, dove vede Dio ondeggiare “sopra i prati e i filari di gelsi”, “come aspettando”. Chiede a un contadino di poter avere anche lui un po’ di Dio (“In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l’arcivescovo possa almeno fare un Natale decente”), ma anche il contadino non vuole condividerlo (“Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi”). Dio allora si solleva dai campi del contadino per scomparire nel buio. Ancora una volta si ripete lo schema.

Il lettore ormai ha compreso dove lo sta portando il narratore, per cui Buzzati può ribadire lo schema in una singola frase come questa: [don Valentino] Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell’atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente).

Buzzati non ripete lo schema in modo fine a sé stesso, ma fa procedere la narrazione grazie alle variazioni che riguardano gli ambienti (il Duomo, la città e la campagna) ma anche le persone che oppongono il rifiuto (don Valentino stesso, il padre di famiglia e il contadino) e le loro motivazioni. Il prete aveva respinto il poverello per “tutelare” l’arcivescovo, quindi un singolo individuo, che potremmo definire un suo “superiore”, ma finisce per trovarsi sullo stesso piano del poverello e dover andare in giro elemosinando un po’ di Dio dagli altri. Il padre di famiglia vuole fare il bene dei figli, ma rifiutando di condividere Dio finisce per privarli e privarsene anche lui. Il contadino invece vuole tenere Dio per e per la propria campagna, è diffidente verso la città, rispetto alla quale si colloca su un piano moralmente superiore. Invece finisce per commettere lo stesso errore degli altri. Nonostante le ragioni o le circostanze siano diverse, ci sta dicendo Buzzati, ogni forma di egoismo produce lo stesso risultato: allontana Dio da noi e da chi ci circonda.

Parzialmente diverso è anche il modo in cui don Valentino si pone nelle sue richieste. Dinanzi al padre di famiglia aveva ammesso di aver allontanato Dio per una “sbadataggine” e aveva sminuito la sua richiesta affinché fosse accettata “Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno.” (un po’ come aveva fatto anche il poverello che aveva chiesto: “Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!”). Invece davanti al contadino il prete ammette: “Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì.”

Insomma, attraverso le ripetizioni dello schema e le variazioni capiamo che qualcosa sta cambiando in don Valentino e nella storia. Ma il racconto non sarebbe compiuto se don Valentino continuasse a girare tutta la notte in cerca di Dio: serve una svolta. Da lettori, ci aspettiamo che il narratore ci porti in qualche modo a un cambiamento significativo, in altre parole che metta in discussione lo schema che lui stesso ha creato. Ed è quello che Buzzati effettivamente realizza.

Don Valentino giunge “ai limiti di una vastissima landa” dove “in fondo, proprio all’orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga” (Dio è sempre più rarefatto, più lontano). A questo punto il protagonista fa qualcosa che prima non aveva mai fatto nel racconto: supplica Dio. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. “Aspettami, o Signore ” supplicava “per colpa mia l’arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!”. Per la prima volta non chiede Dio in dono da qualcun altro, ma si rivolge direttamente a lui. Ammette, come già aveva fatto col contadino, di avere delle colpe, ma in più si rimette a Dio e lo fa umilmente, abbassandosi fino a mettersi in ginocchio nella neve.

Questa è la svolta che serviva e che innesca il cambiamento: don Valentino è ormai allo stremo delle forze e della resistenza quando finalmente sente “un coro disteso e patetico, voci d’angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia”. Il prete apre la porta e si trova in una “grandissima chiesa” dove “nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando”.

A questo punto Buzzati scrive che “la chiesa era piena di paradiso”. Attenzione: non usa la parola “Dio” o “Iddio”, come ha fatto finora, ma sceglie la parola “paradiso”. Da una parte la utilizza come sinonimo di Dio (corrispondenza tutt’altro che scontata); dall’altra, attraverso questo termine fa emergere meglio la contrapposizione netta rispetto all’inferno in cui don Valentino si era trovato fino a un attimo prima, che era dato dall’assenza di Dio.

I paragrafi finali recitano:

“Fratello” gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli “abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego.”

Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.

“Buon Natale a te, don Valentino” esclamò l’arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. “Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?”

Don Valentino è tornato quindi nel Duomo, anche se inizialmente non aveva riconosciuto il luogo né l’arcivescovo. Al contrario di ciò che temeva, sua eccellenza è insieme a Dio, che non si è mai allontanato da lui. Il Duomo, che per don Valentino e per il suo egoismo si era svuotato di Dio, è tornato a riempirsene. O forse non si è mai svuotato per chi non si è macchiato della stessa colpa, e anzi appare “tutto recinto di Dio”.

Prima di salutarci, ecco qualche riflessione sul racconto:

  1. Buzzati sceglie un prete come protagonista. Il significato è eloquente: anche chi dovrebbe essere più vicino a Dio, se si comporta in modo egoista non può restare insieme a lui. Il prete “zelante” protagonista si ritrova presto per il suo egoismo alla stregua del “poverello in cenci”, che elemosina carità.
  2. L’elemento surreale sta nella scelta di far chiedere al poverello non un pezzo di pane o un letto caldo, ma Dio, come elemento visibile e tangibile, che occupa spazio fisico. È qui che il lettore attua la c.d. “sospensione dell’incredulità” e si lascia condurre in viaggio con don Valentino.
  3. Il racconto è pervaso dall’elemento del divino, che emerge sia come entità tangibile (il Dio di cui don Valentino è in cerca) sia dalla descrizione dei luoghi: nell’incipit, con la raffigurazione del palazzo dei vescovi e del Duomo, ma anche nella casa della “famiglia amica”, nella campagna e nella “vastissima landa”. Infine, nella parte finale si torna al Duomo come elemento di circolarità, con una descrizione da cui traspare il raccoglimento spirituale dell’arcivescovo e la prossimità di Dio (il coro, le voci d’angelo, il raggio di luce che filtra nella nebbia).
  4. Il finale del racconto forse può essere letto anche come un modo per dirci che Dio è sì nei luoghi, ma è soprattutto con e nelle persone. Se è lì nel Duomo accanto all’arcivescovo è perché, probabilmente, da lì non se ne è mai andato, almeno per sua eccellenza.
  5. A me questo racconto ha richiamato alla mente ovviamente “Canto di Natale” di Charles Dickens per l’elemento del viaggio di Ebenezer Scrooge e il percorso di ravvedimento del protagonista. Ma anche la scena del romanzo “Piccole donne” di Louisa May Alcott, quando le sorelle March, benché si reputino povere, accettano di donare la loro colazione di Natale alla famiglia Hummel, che sta vivendo ristrettezze ancora maggiori. Il tema della carità e della condivisione mi sembra sia un elemento comune col racconto di Buzzati, anche se affrontato in modo molto differente.

E voi? Avete notato altri spunti interessanti nel racconto? Quali altri spunti vi ha fatto venire in mente? Vi piace la scrittura di Buzzati? Se vi va, lasciate un commento per dire la vostra.

Per approfondire:

Dentro il racconto – “Limonata” di Raymond Carver

È appena il secondo appuntamento della rubrica ed è già arrivato il momento delle contraddizioni. Sì, perché il racconto che analizzeremo oggi non è proprio un racconto, o almeno non è soltanto un racconto. È un testo in versi che, come vedremo, ha le caratteristiche di una vera e propria narrazione, sebbene in forma di poesia.

Prima di iniziare, un rapido recap delle premesse di cui ho scritto nello scorso appuntamento, quello su “Le formiche” della scrittrice brasiliana Lygia Fagundes Telles: 1. questa rubrica non è uno spazio di recensioni, ma un modo per esplorare i racconti, osservando come sono costruiti. 2. è meglio se leggete prima il racconto (si trova gratis online), altrimenti potrei farvi spoiler. 3. non sono un’esperta o una studiosa dei singoli autori, quello che provo a condensare è la mia esperienza di lettura del racconto, nella speranza che possa suscitare qualcosa anche in voi.

Il testo che leggiamo insieme è firmato da uno dei maestri del racconto, lo scrittore statunitense Raymond Carver (1938 – 1988). Si intitola “Limonata” e si può ascoltare su RaiPlaysound a questo link, letto da Fausto Paravidino nella puntata del 07 settembre 2016 della trasmissione Ad Alta Voce (RaiRadio3). La traduzione della poesia–racconto di Carver è di Riccardo Duranti.

Il racconto è molto breve, la lettura di Paravidino dura meno di 7 minuti, ma come vedremo è un testo davvero intenso, un condensato folgorante sul dolore e sulle conseguenze di un lutto. Un vero pugno in faccia, reso con uno stile apparentemente semplice ma in realtà estremamente accurato. Questo è l’incipit:

Quando qualche mese fa venne a casa mia per prender le misure
degli scaffali, Jim Sears non sembrava certo un uomo
che avrebbe perso l’unico figlio nelle acque profonde
del fiume Elwha (…)

La prima lettura di questi versi ci cattura all’istante: vogliamo solo proseguire per sapere cos’è accaduto a Jim Sears e a suo figlio. Ma a una rilettura più attenta fa venire a galla qualche domanda in più. Prendiamo atto che Jim Sears non sembra un uomo che avrebbe potuto perdere il suo unico figlio in quel modo: perché non lo sembra? Cerchiamo la risposta nei versi successivi, in cui Carver ci informa che Jim “aveva la chioma ricciuta, l’aria sicura” e che “faceva crocchiare le dita, pieno di energia”.

Insomma, Jim è uno sicuro di sé ed energico. Basta questo, per dire che non pare destinato a qualcosa di tragico? Anzi – ci chiediamo ancora – esiste qualcuno che può sembrarlo? Da cosa potrebbe distinguersi qualcuno che sembra destinato a una tale perdita, rispetto a qualcuno che non lo sembra?

Sono domande che restano senza risposta, ma la cui eco comincia a rimbombare dentro di noi. Sin dalle prime righe sappiamo che Jim Sears non sembrava destinato a questo lutto, eppure gli è successo: come è accaduto a lui, può accadere inaspettatamente anche a qualcun altro. In altre parole, potrebbe accadere a tutti, forse anche a noi.

Insomma, ancora non sappiamo di preciso cosa sia accaduto al figlio di Jim Sears, eppure grazie ai primi tre versi e mezzo (e alla maestria di Carver) ci sentiamo già coinvolti. Subito dopo, apprendiamo che gli scaffali a cui stava lavorando Jim Sears sono stati fatti, portati a casa e installati. Sono passati sei mesi e bisogna dipingere casa. Ma, stavolta, a casa del narratore non si presenta Jim. C’è suo padre, “il signor Howard Sears”, che “sta sostituendo il figlio”. È proprio da Howard Sears che veniamo a conoscenza dei dettagli della drammatica storia di Jim.

(…) Mi dice – quando gli chiedo, più
per cortesia che per altro, “E Jim, come sta?” –
che suo figlio ha perso Jim Junior nel fiume a primavera.
Ora Jim dà la colpa a se stesso. “Non riesce a farsene una ragione, niente”,
aggiunge il signor Sears. “Mi sa pure che ci è uscito un po’ di testa”, aggiunge, tirandosi la visiera del berretto con il marchio Sherwin-Williams.

Queste sono le parole che Howard Sears – cioè il nonno della vittima – riferisce il narratore, che ascolta e poi racconta a noi in prima persona. Come mai Carver ci mette di fronte a questo doppio, anzi triplo, passaggio de relato (Jim Sears, testimone diretto dei fatti, racconta a Howard Sears-che racconta al narratore-che racconta al lettore)?

Carver non poteva scrivere il racconto direttamente in prima persona, con la voce di Jim, o magari con quella di Howard? Beh, forse avrebbe potuto, ma non sarebbe mai stato lo stesso racconto. Il coinvolgimento della narrazione sarebbe stato maggiore, perché il punto di vista sarebbe stato quello di un padre o di un nonno. Sarebbe stato comunque un racconto sul lutto, ma non avremmo avuto quella lucida rappresentazione che è invece “Limonata”. Avremmo avuto più rabbia, più dolore.

Carver, invece, decide di aggiungere l’ulteriore filtro di un narratore non direttamente coinvolto, esterno rispetto alla famiglia, che viene a conoscere i dettagli in modo quasi incidentale. È grazie a questo meccanismo, che pone distanza tra il lettore e la tragedia, che Carver può descrivere l’immagine del recupero del corpo del figlio di Jim dall’acqua, che resta comunque incredibilmente forte, quasi raccapricciante:

Jim ha dovuto restare lì a guardare mentre l’elicottero
afferrava e sollevava il corpo del figlio dal fiume
con una grossa pinza. “Hanno usato una specie di grossa pinza da cucina,
pensi un po’. Attaccata a un cavo.
(…)

Ma pensate quanto sarebbe stata orribile – troppo? – la stessa scena, se fosse stata raccontata direttamente da Jim. Carver è ben consapevole di aver fornito al lettore una scena tremenda, e la bilancia subito con le parole di tenerezza di Howard:

(…) Ma Dio si prende sempre
le creature più dolci, vero?” dice il signor Sears. (…)

Poi arriva a quello che potremmo definire il cuore del racconto, cioè la domanda che rimbomba nel cuore e nella mente di chi subisce una perdita affettiva, specialmente se prematura: “perché?”. Howard Sears infatti aggiunge su Dio:

(…)“Le Sue
intenzioni sono un mistero”. “E lei che ne pensa?”
gli chiedo io. “Non ci voglio pensare”, risponde. “Non sta a noi
domandarci o discutere le Sue azioni. Non ci è dato saperlo.
So solo che ormai se lo è portato a casa, il piccolo”.

A questo punto c’è uno spazio grafico, che in un racconto non è mai un caso. Vuol dire che c’è un cambiamento, che si apre un altro “capitolo” del discorso. In questo caso, viene cambiato il punto di vista: stavolta entriamo nella mente di Jim padre, vediamo da vicino l’ossessione dei suoi “perché?” e le risposte che si dà.

(…) si dà ancora la colpa
per aver mandato Jim Junior quel giorno a prendere in macchina
il thermos con la limonata. Non c’era mica bisogno di limonata
quel giorno! O Signore, Signore, come gli è venuto in mente, ripete Jim
cento – anzi, mille – volte ormai a chiunque ha ancora voglia
di starlo a sentire. Se solo non l’avesse fatta quella limonata
quel giorno! Ma come gli è venuto in mente di farla?

Adesso il lettore vede le ragioni della frase “Ora Jim dà la colpa a se stesso”, che aveva letto al 14esimo verso del racconto. Capiamo che Jim padre aveva chiesto a Jim figlio di andare a prendere in macchina il thermos con la limonata. Il racconto non lo dice esplicitamente, ma capiamo che deve essere stato in quel momento che è successa la tragedia, e per questo il padre non smette di maledirsi.

Ma non finisce qui. Come le tessere del domino, a questo punto Carver ripercorre – fa ripercorrere alla testa di Jim padre – la serie di eventi banali ma inesorabili che ha portato alla morte del figlio. Di volta in volta, viene messo il luce il loro rapporto di causalità, che nella mente irrazionale del padre configura una spirale infinita, in risposta alla domanda che non lo abbandona mai: quel terribile “perché?”.

Anzi, se la sera prima non avessero fatto la spesa al Safeway e se
quel cesto di limoni gialli non fosse stato accanto al posto dove
tenevano le arance, le mele, i pompelmi e le banane.
Ecco cos’era andato lì a comprare Jim Senior, qualche arancia
e le mele, altro che limoni per fare la limonata, limoni, per carità! Li
detestava lui i limoni – ora più che mai – ma a Jim Junior la limonata
piaceva, gli era sempre piaciuta. Voleva la limonata.

Altro spazio bianco grafico. Usciamo dalla mente di Jim padre e torniamo a Howard e alla conversazione con il narratore. Howard la porta alle estreme conseguenze, facendo apparire al lettore l’assurda concatenazione di cause che solo Jim padre vede:

“Mettiamola così”, diceva Jim Senior, “quei limoni
dovevano venire da qualche parte, no? Dall’Imperial Valley,
magari, o dalle parti di Sacramento, li coltivano lì,
no?, i limoni”. Li hanno piantati, irrigati e
curati e poi i braccianti li hanno messi nei sacchi e
pesati, sistemati nelle cassette, spediti per ferrovia o
in camion fino a questo maledetto posto dove non si fa altro
che perdere figli! Quelle cassette sono state scaricate
dal camion da ragazzi non molto più grandi di Jim Junior.
Poi sono stati tirati fuori dalle cassette e versati tutti gialli e
odorosi di limone da quegli stessi ragazzi, lavati
e sciacquati da un giovanotto che è ancora vivo, passeggia in città,
respira, grande e grosso com’è. Poi sono stati portati
al supermercato e sistemati in quel cesto sotto un cartello vistoso
che diceva Da Quanto Tempo Non Bevete Una Bella Limonata Fresca?
Secondo Jim Senior bisogna risalire sempre alle prime cause, fino al
primo limone coltivato sulla terra. Se non ci fossero stati i limoni
sulla terra, e non ci fossero stati i supermercati Safeway, be’, Jim ora
avrebbe ancora suo figlio, no? E Howard Sears avrebbe ancora
suo nipote, certo. Capisce, c’erano un sacco di persone coinvolte
in questa tragedia. C’erano i coltivatori e i raccoglitori di limoni,
i camionisti, il supermercato Safeway… Jim Senior, pure, prontissimo
ad assumersi la sua parte di responsabilità, è chiaro. Anzi,
era lui il più colpevole di tutti. Ma continuava a scendere in picchiata,
mi disse Howard Sears. Eppure doveva tirarsi su in qualche modo.
Tutti avevano avuto il cuore spezzato, certo. Ma si deve andare avanti.

Howard, insomma, sebbene sia stato colpito dalla tragedia, sa che bisogna andare avanti, guardare avanti. Carver, attraverso il suo personaggio e la contrapposizione col figlio, riesce a darci un’altra prospettiva del dolore che fa seguito a un lutto. Possono esserci diversi modi di soffrire e di reagire, sembra dirci Howard.

C’è un ultimo spazio grafico bianco prima della parte finale del racconto. Negli ultimi versi il punto di vista è ancora quello di Jim, ma stavolta Carver ci dice non quello che passa nella sua mente, ma quello che vedono i suoi occhi durante il corso di scultura in legno che la moglie di Jim lo ha spinto a fare per riprendersi. Torna l’immagine tremenda del corpo del figlio che viene recuperato dall’acqua con una grossa pinza, ma stavolta la vediamo direttamente con gli occhi di Jim. Non ci vengono descritte le sue sensazioni di fronte a quella scena, ma – grazie alla ricchezza dei dettagli registrati dalla vista e dall’udito del personaggio – l’effetto percettivo è potentissimo.

(…) Il guaio è, continua il vecchio,
che ogni volta Jim Senior alza gli occhi dal tornio o dallo
scalpello, vede il figlio uscire dall’acqua del fiume
e sollevarsi – tirato su al mulinello, per così dire – cominciando a
girare in tondo fino a salire su, oltre gli abeti, la pinza
che gli spunta dalla schiena e poi l’elicottero vira e si dirige
a monte, accompagnato dal rombo e dal flap-flap
dei rotori. Jim Junior passa ora in rassegna i soccorritori allineati
lungo le rive del fiume. Ha le braccia in fuori
e gocce d’acqua gli volano via di dosso.
(…)

A questo punto è come se fossimo con Jim padre sulla riva del fiume. Seguiamo con lui l’ultimo movimento dell’elicottero e arriviamo, con delicatezza e umana comprensione, ai suoi sentimenti più profondi.

(…) Passa sopra a loro un’altra volta,
ora più basso, e poi torna un minuto dopo per esser depositato, molto
delicatamente, proprio ai piedi del padre. Un uomo che,
avendo ormai visto tutto – il figlio morto salire dal fiume
nella morsa di pinze metalliche e poi girare in tondo volando
sopra la cima degli alberi – non vorrebbe far altro che
morire. Ma la morte è solo per i più dolci. E lui ricorda
la dolcezza, quando la vita era dolce, e dolcemente
ha rinunciato a quell’altra vita.

Capiamo che Jim padre ha rinunciato a vivere, pur restando vivo. Potrebbe sembrare una situazione banale, per un genitore che ha visto morire il figlio in modo così tragico. Ma Carver ci ha fatto sentire tutto questo insieme a lui, insieme a un padre che “avendo ormai visto tutto” ha perso la dolcezza della vera vita.

Un’ultima riflessione, prima di chiudere. Perché Carver ha scritto questo racconto in versi? Non ho le idee molto chiare su questo. Sicuramente in prosa sarebbe stato un testo diverso, meno “lirico”. La poesia ha un suo ritmo che la prosa può solo provare a imitare e molti dei versi di Carver, anche guardando la versione inglese del testo, sono spezzati. Penso che la scrittura in versi gli abbia consentito di lavorare sul ritmo e sulla frammentazione delle frasi, con conseguente risalto di alcuni passaggi (ad es. Jim ha dovuto restare lì a guardare mentre l’elicottero/afferrava e sollevava il corpo del figlio dal fiume/con una grossa pinza).

E voi? Avete notato altri spunti interessanti nel racconto? Concordate con le mie riflessioni o la pensate diversamente? Se vi va, lasciate un commento per dire la vostra.

Per approfondire:

  • se volete leggere altre poesie di Carver sappiate che sono state tutte raccolte e pubblicate da Minimum fax nel volume R. Carver, “Tutte le poesie”, con testo inglese a fronte.
  • alcune altre poesie e racconti brevi di Carver sono stati pubblicati su Rai Letteratura qui.
  • Carver ha avuto una vita per niente banale, Edizioni Clichy ha pubblicato la sua biografia a cura di Antonio Lanza.