Dentro il racconto – “Le formiche” di Lygia Fagundes Telles

Benvenuti nel primo approfondimento di WeltLit. sul racconto. Proprio perché è la prima uscita di questa rubrica, servono alcune brevi premesse:

1) l’idea è quella di analizzare insieme un racconto. Non è uno spazio di recensioni, per cui qui non troverete opinioni (se il racconto è bello oppure è brutto, se è piaciuto oppure no). Piuttosto, entreremo nel racconto come si farebbe in una casa in vendita: osserveremo la struttura, la solidità delle fondamenta, i metri quadrati, la suddivisione delle camere, il tetto, le finestre. Poi le rifiniture e magari anche l’arredo. Alla fine potremmo scoprire che è la casa giusta per noi, oppure no. Ma il tipo di sguardo sarà quello.

2) se possibile, il consiglio è di leggere il racconto prima di leggere la rubrica. Saranno scelti quasi sempre racconti già disponibili online – ce ne sono davvero tantissimi – con alcune rare eccezioni. In quel caso, i racconti si possono reperire in libreria, oppure in biblioteca. Se vi andrà di leggerli prima, sarà più interessante. Se non vi andrà…magari dopo aver letto queste osservazioni sarete incuriositi dal racconto o dall’autrice/autore (speriamo). Ma attenzione: potreste conoscere già il finale, perché su questo non garantisco (poi non dite che non vi avevo avvisati).

3) il mio sguardo non è quello di una studiosa dei singoli autori, ma di una lettrice. WeltLit. non è una rivista di critica letteraria o di comparatistica, è uno spazio di approfondimento letterario, tra lettori. Se il racconto è come una casa in vendita, dunque, sappiate che io non sono né l’ingegnere né l’architetto che l’ha progettata o che potrebbe ristrutturarla. Non ho neanche studiato Storia dell’arte. Sono più come l’agente immobiliare: magari se ne intende di case perché ne gira diverse, magari conosce un po’ il mercato. Soprattutto: vuole vendervi la casa (tradotto: vorrei che vi appassionaste anche voi ai racconti). Ma se comprerete la casa, alla fine, non vi chiederò la percentuale, giuro.

4) mi sembra doveroso citare in questo primo post le realtà che mi hanno fatta appassionare alla lettura dei racconti negli ultimi anni. Se non lo conoscete, seguite Cattedrale – Osservatorio sul racconto. E se non lo avete letto, leggete Un bagno nello stagno sotto la pioggia, di George Saunders. Fine delle premesse.

Oggi andremo a “visitare” il racconto “Le formiche” della scrittrice brasiliana Lygia Fagundes Telles (1918-2022), autrice di storie che spesso contengono riferimenti al soprannaturale.

“Le formiche” è un racconto dalla struttura abbastanza semplice, caratterizzato da una tensione costante e dalla presenza di un elemento fantastico e perturbante. Il racconto è stato pubblicato online dalla rivista Sagarana, si trova qui, con la traduzione di Gabriella Concetta Basile.

L’io narrante è una studentessa che, all’inizio del racconto, si appresta ad entrare in un edificio insieme alla cugina. Dai primi paragrafi e dal dialogo con la proprietaria della casa, capiamo che si tratta di due “povere studentesse” che hanno preso in affitto la camera al secondo piano di un “vecchio edificio” con “le finestre ovali che sembravano due occhi tristi, uno dei quali perforato da una sassata”: un dettaglio a cui prestare attenzione, perché tornerà più avanti nel racconto.

Lungo la scala, le ragazze sentono “un odore di creolina”, e anche questa è un’informazione da registrare, perché nel racconto le protagoniste sentono più volte un odore acido, come di muffa, in giro per la casa (“sentii di nuovo l’odore, ma era muffa? Non mi sembrava un odore così innocente”).

Il topos, riconoscibile fin da queste prime righe, è quello della “casa stregata”, tanto più che l’edificio, come dice l’io narrante, “Fa paura”. Ma le ragazze lo hanno scelto perché non potevano permettersi nulla di meglio, così si rassegnano a entrare.

La padrona di casa che le accoglie è dipinta a tratti caricaturali: è una “vecchia cicciona, con una parrucca più corvina delle ali del graúna” (una specie di merlo che si trova in Sudamerica), indossa “un pigiama sbiadito di seta giapponese” e ha “le unghie adunche ricoperte da uno strato di smalto rosso scuro, scrostato sulle punte sporche”. In più fuma “un sigaro sottile”, sbuffa e tossisce mentre sale con fatica le scale che conducono al secondo piano dell’abitazione.

Mentre accompagna le due studentesse e chiacchiera con loro – l’io narrante studia giurisprudenza e la cugina medicina – la padrona le informa quasi con indifferenza che anche l’inquilino precedente studiava medicina e che “aveva una cassetta con delle ossa”. Aggiunge che “l’ha dimenticata qui” e che “stava sempre a maneggiarle”. L’attenzione del lettore, come quella del personaggio della cugina, si accende su questi fatti insoliti, ma apparentemente giustificati dagli interessi scientifici dell’ex inquilino.

A questo punto, l’autrice ci descrive la camera al secondo piano, poveramente arredata, e si focalizza proprio sulla cassetta con le ossa, attraverso uno zoom visivo. L’oggetto si trova infatti nell’angolo “in cui il soffitto quasi si congiungeva con il pavimento”. Capiamo così che la cassetta avrà un ruolo centrale nello sviluppo della storia.

La cugina apre subito la cassetta e ne resta affascinata. Pensa che siano ossa di un bambino, ma la padrona di casa le spiega che sono di un nano: un fatto rarissimo, spiega sempre la cugina, che sottolinea come lo scheletro sembra completo: non manca nemmeno un osso.

Le due ragazze si danno da fare per abbellire la camera e renderla più accogliente. A questo punto si inserisce nel racconto il primo di quattro incubi che l’io narrante fa nel corso di tre notti: sogna prima il nano, poi gli esami, poi ancora il nano. Ogni volta il sogno è diverso, e soprattutto è descritto in modo sempre meno esplicito, come se il confine tra la realtà e l’onirico si andasse assottigliando man mano che il tempo passa.

Alla fine di questo primo incubo c’è la prima “svolta” del racconto, perché accade qualcosa di strano: svegliandosi in piena notte, l’io narrante vede la cugina – anche lei sveglia – che osserva una fila di formiche sul pavimento. Sono migliaia di formiche, e compongono solo una fila di andata, diretta verso la cassetta con le ossa (“Sono così decise, le vedi?”, “Sono migliaia, non ho mai visto così tante formiche”).

La cugina comincia a schiacciare le formiche e le uccide. Poco dopo, si accorge che la posizione del teschio del nano nella scatola è cambiata rispetto a dove lei l’aveva lasciata. “Per caso ci hai messo tu le mani?”, chiede all’io narrante, che nega categoricamente: “Dio me ne liberi, le ossa mi ripugnano. Peggio ancora se sono di un nano”.

L’indomani, le due ragazze si accorgono che le formiche morte sono sparite, anche se nessuna delle due le ha spazzate dal pavimento. La notte successiva, la scena delle formiche si ripete, e stavolta la preoccupazione delle ragazze cresce. Iniziano a riferirsi alle formiche senza citarle, ormai sono per loro un’ossessione (“Nel bagno guardai attentamente le pareti, il pavimento di cemento, cercandole. Non ne vidi nessuna” e poi “-Sono tornate. -Chi? -Le formiche. Attaccano solo di notte, prima dell’alba. Sono tutte di nuovo qui”). A ripetersi è anche il mistero delle ossa, che diventa sempre più inquietante (“stanno proprio cambiando posizione, io già lo sospettavo, ma adesso ne sono certa, a poco a poco si stanno…stanno ricomponendo).

La terza notte qualcosa cambia: la cugina vuole restare sveglia, così da scoprire qualcosa di più. L’io narrante si addormenta e sogna di nuovo, ma a un certo punto viene svegliata dalla cugina, che parla con un tono di voce basso, “come se una formichina stesse parlando con la sua voce” (“Mi sono addormentata sul tavolo, ero esausta. Quando mi sono svegliata, la fila si era già formata. Così sono andata a controllare la cassetta, ed è successo quello che mi aspettavo…”).

Lo scheletro del nano è quasi del tutto ricomposto, e le due ragazze fanno in fretta e furia i bagagli e decidono di lasciare la casa “prima che il nano sia pronto”. Il racconto si chiude in modo circolare, con le cugine che tornano sullo stesso marciapiede dove si trovavano all’inizio del racconto, e ancora una volta lo sguardo va sulla facciata dell’edificio, ma stavolta “Quando guardai la facciata della casa, “solo la finestra perforata ci vide, l’altro occhio era chiuso”. La metafora è la stessa, ma l’effetto è diverso, segno che qualcosa è cambiato nella casa, ma forse più nella vita delle due cugine.

Qualche altra riflessione:

  • perché Lygia Fagundes Telles inserisce due studentesse? Non ne bastava una? In realtà, sono proprio gli scambi-dialoghi tra le due studentesse a creare la tensione funzionale al racconto. Da una parte, il lettore vive le paure dell’io-narrante, che non ha conoscenze o interesse scientifico per le ossa, ma le guarda solo con ribrezzo. Dall’altra, le conoscenze della cugina sono fondamentali per far avanzare l’azione (è lei a sviluppare l’ossessione per quelle ossa e a capire che lo scheletro si sta ricomponendo). Entrambe queste dinamiche non sarebbero risultate coerenti se attribuite allo stesso personaggio.
  • in un racconto conta ciò che è narrato, ma contano anche le omissioni. Cosa fanno le due cugine durante i tre giorni che trascorrono nella casa? Da dove vengono? Su questi punti sappiamo molto poco, perché non è importante ai fini del racconto. L’autrice presenta invece alcune scene legate ai pasti (“Aprimmo un barattolo di sardine che mangiammo col pane”, “Andai a cercare la tavoletta di cioccolata”, “ero andata a scaldarmi il té”) che contribuiscono a dare l’idea di una normale quotidianità, e dunque rafforzano il turbamento dovuto al mistero delle formiche.
  • qual è il ruolo della padrona di casa? A che scopo dedicare i dettagli che abbiamo citato alla sua descrizione? Se il suo ruolo fosse stato solo quello di informare le ragazze della presenza della cassetta delle ossa, sarebbe bastato molto meno spazio (e nell’economia di un racconto di poche pagine lo spazio è fondamentale). Io ho fatto due ipotesi: la prima è che, data la caratterizzazione del personaggio, presentato in modo caricaturale, l’autrice volesse dare un tocco di leggerezza o ilarità al racconto, che altrimenti sarebbe molto lugubre; la seconda ipotesi, che trova qualche fondamento in alcuni dettagli testuali, è che volesse in qualche modo spingere il lettore a sospettare del ruolo della padrona di casa. Chi ci dice che la cassetta non sia la sua, e che la storia dell’ex inquilino sia inventata? Perché specificare che l’odore di creolina si sente su tutta la scala? Se l’odore acido o di muffa ha un ruolo importante ricollegato a quanto sta avvenendo di soprannaturale nella casa, allora l’uso della creolina, che è un prodotto utile proprio contro le muffe, potrebbe voler dire che la padrona di casa è a conoscenza di quel che succede, che è complice se non addirittura responsabile. Chissà se una delle due opzioni è quella giusta. In ogni caso, l’una non escluderebbe l’altra.

E voi? Avete notato altri spunti interessanti nel racconto? Concordate con le mie riflessioni o la pensate diversamente? Se vi va, lasciate un commento per dire la vostra.

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