“Racconto di Natale” di Dino Buzzati

La terza puntata della rubrica “Dentro il racconto”

Dopo il racconto “Le formiche” di Lygia Fagundes Telles e il racconto in versi “Limonata” di Raymond Carver, per questo terzo appuntamento della rubrica ho scelto un testo di Dino Buzzati intitolato “Racconto di Natale” che si sposa particolarmente con questo periodo dell’anno e spero possa aiutarvi a entrare un po’ nel clima natalizio.

Come sempre, entreremo nel racconto provando a osservare come è costruito, arredato, su quali fondamenta si regge. Un’esplorazione più che una recensione. Anche stavolta il consiglio è di leggere il testo prima della rubrica (svelerò il finale, quindi non dite che non vi avevo avvertiti).

Il racconto di Buzzati si può leggere integralmente a questo link oppure si può ascoltare la lettura su Youtube dell’attrice Chiara Foianesi (che sul suo canale pubblica audiolibri, monologhi e sketch). Io l’ho letto dalla raccolta “La boutique del mistero” (1968), ma era stato pubblicato dieci anni prima anche in “Sessanta racconti“.

“Racconto di Natale” è la storia di un prete, lo “zelante” don Valentino, segretario di sua eccellenza l’arcivescovo, che la sera di Natale allontana un “un poverello in cenci” che era venuto a bussare alla porta del Duomo, era rimasto stupito dalla “quantità di Dio” di cui l’edificio traboccava, e ne aveva chiesto un po’ per lui (Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale).

Don Valentino rifiuta di condividere la presenza di Dio che “dilaga nel tempio”: È di sua eccellenza l’arcivescovo” rispose il prete. “Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! e poi ancora: “Ti ho detto di no… Puoi andare… Il Duomo è chiuso al pubblico” e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire. Il poverello quindi si allontana, ma con lui svanisce anche Dio.

Sin da questa prima scena, capiamo che il racconto è basato su un elemento “fantastico” o “surreale” caricato di un forte significato allegorico: la presenza di Dio è un elemento fisico, tangibile, che riempie lo spazio; la sua vicinanza dona gioia alle persone che lo hanno con loro, la condivisione (potremmo dire: la carità cristiana) lo avvicina e ne moltiplica la presenza, mentre l’egoismo lo allontana.

“Racconto di Natale” ha una struttura abbastanza semplice, ma non per questo banale. È quello che potremmo definire un racconto “a schema”, perché basato sulla ripetizione di una sequenza con piccole variazioni, in un crescendo narrativo (sui racconti “a schema” consiglio la lettura di “Un bagno nello stagno sotto la pioggia” di George Saunders).

Don Valentino, preoccupato che l’arcivescovo rimanga senza Dio la notte di Natale, si mette in viaggio e inizia a cercarlo per la città. Inizialmente bussa alla porta della casa di una “famiglia amica”, in cui “Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio”. Chiede di poter avere un po’ di Dio, ma il capofamiglia rifiuta: “Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.” E anche stavolta Dio si allontana, abbandonando chi pretende di tenerlo tutto per sé. Si ripete così una prima volta lo schema che il lettore ha già visto accadere tra don Valentino e il poverello.

Il prete continua a camminare fino alla campagna alle “porte della città”, dove vede Dio ondeggiare “sopra i prati e i filari di gelsi”, “come aspettando”. Chiede a un contadino di poter avere anche lui un po’ di Dio (“In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l’arcivescovo possa almeno fare un Natale decente”), ma anche il contadino non vuole condividerlo (“Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi”). Dio allora si solleva dai campi del contadino per scomparire nel buio. Ancora una volta si ripete lo schema.

Il lettore ormai ha compreso dove lo sta portando il narratore, per cui Buzzati può ribadire lo schema in una singola frase come questa: [don Valentino] Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell’atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente).

Buzzati non ripete lo schema in modo fine a sé stesso, ma fa procedere la narrazione grazie alle variazioni che riguardano gli ambienti (il Duomo, la città e la campagna) ma anche le persone che oppongono il rifiuto (don Valentino stesso, il padre di famiglia e il contadino) e le loro motivazioni. Il prete aveva respinto il poverello per “tutelare” l’arcivescovo, quindi un singolo individuo, che potremmo definire un suo “superiore”, ma finisce per trovarsi sullo stesso piano del poverello e dover andare in giro elemosinando un po’ di Dio dagli altri. Il padre di famiglia vuole fare il bene dei figli, ma rifiutando di condividere Dio finisce per privarli e privarsene anche lui. Il contadino invece vuole tenere Dio per e per la propria campagna, è diffidente verso la città, rispetto alla quale si colloca su un piano moralmente superiore. Invece finisce per commettere lo stesso errore degli altri. Nonostante le ragioni o le circostanze siano diverse, ci sta dicendo Buzzati, ogni forma di egoismo produce lo stesso risultato: allontana Dio da noi e da chi ci circonda.

Parzialmente diverso è anche il modo in cui don Valentino si pone nelle sue richieste. Dinanzi al padre di famiglia aveva ammesso di aver allontanato Dio per una “sbadataggine” e aveva sminuito la sua richiesta affinché fosse accettata “Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno.” (un po’ come aveva fatto anche il poverello che aveva chiesto: “Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!”). Invece davanti al contadino il prete ammette: “Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì.”

Insomma, attraverso le ripetizioni dello schema e le variazioni capiamo che qualcosa sta cambiando in don Valentino e nella storia. Ma il racconto non sarebbe compiuto se don Valentino continuasse a girare tutta la notte in cerca di Dio: serve una svolta. Da lettori, ci aspettiamo che il narratore ci porti in qualche modo a un cambiamento significativo, in altre parole che metta in discussione lo schema che lui stesso ha creato. Ed è quello che Buzzati effettivamente realizza.

Don Valentino giunge “ai limiti di una vastissima landa” dove “in fondo, proprio all’orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga” (Dio è sempre più rarefatto, più lontano). A questo punto il protagonista fa qualcosa che prima non aveva mai fatto nel racconto: supplica Dio. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. “Aspettami, o Signore ” supplicava “per colpa mia l’arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!”. Per la prima volta non chiede Dio in dono da qualcun altro, ma si rivolge direttamente a lui. Ammette, come già aveva fatto col contadino, di avere delle colpe, ma in più si rimette a Dio e lo fa umilmente, abbassandosi fino a mettersi in ginocchio nella neve.

Questa è la svolta che serviva e che innesca il cambiamento: don Valentino è ormai allo stremo delle forze e della resistenza quando finalmente sente “un coro disteso e patetico, voci d’angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia”. Il prete apre la porta e si trova in una “grandissima chiesa” dove “nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando”.

A questo punto Buzzati scrive che “la chiesa era piena di paradiso”. Attenzione: non usa la parola “Dio” o “Iddio”, come ha fatto finora, ma sceglie la parola “paradiso”. Da una parte la utilizza come sinonimo di Dio (corrispondenza tutt’altro che scontata); dall’altra, attraverso questo termine fa emergere meglio la contrapposizione netta rispetto all’inferno in cui don Valentino si era trovato fino a un attimo prima, che era dato dall’assenza di Dio.

I paragrafi finali recitano:

“Fratello” gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli “abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego.”

Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.

“Buon Natale a te, don Valentino” esclamò l’arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. “Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?”

Don Valentino è tornato quindi nel Duomo, anche se inizialmente non aveva riconosciuto il luogo né l’arcivescovo. Al contrario di ciò che temeva, sua eccellenza è insieme a Dio, che non si è mai allontanato da lui. Il Duomo, che per don Valentino e per il suo egoismo si era svuotato di Dio, è tornato a riempirsene. O forse non si è mai svuotato per chi non si è macchiato della stessa colpa, e anzi appare “tutto recinto di Dio”.

Prima di salutarci, ecco qualche riflessione sul racconto:

  1. Buzzati sceglie un prete come protagonista. Il significato è eloquente: anche chi dovrebbe essere più vicino a Dio, se si comporta in modo egoista non può restare insieme a lui. Il prete “zelante” protagonista si ritrova presto per il suo egoismo alla stregua del “poverello in cenci”, che elemosina carità.
  2. L’elemento surreale sta nella scelta di far chiedere al poverello non un pezzo di pane o un letto caldo, ma Dio, come elemento visibile e tangibile, che occupa spazio fisico. È qui che il lettore attua la c.d. “sospensione dell’incredulità” e si lascia condurre in viaggio con don Valentino.
  3. Il racconto è pervaso dall’elemento del divino, che emerge sia come entità tangibile (il Dio di cui don Valentino è in cerca) sia dalla descrizione dei luoghi: nell’incipit, con la raffigurazione del palazzo dei vescovi e del Duomo, ma anche nella casa della “famiglia amica”, nella campagna e nella “vastissima landa”. Infine, nella parte finale si torna al Duomo come elemento di circolarità, con una descrizione da cui traspare il raccoglimento spirituale dell’arcivescovo e la prossimità di Dio (il coro, le voci d’angelo, il raggio di luce che filtra nella nebbia).
  4. Il finale del racconto forse può essere letto anche come un modo per dirci che Dio è sì nei luoghi, ma è soprattutto con e nelle persone. Se è lì nel Duomo accanto all’arcivescovo è perché, probabilmente, da lì non se ne è mai andato, almeno per sua eccellenza.
  5. A me questo racconto ha richiamato alla mente ovviamente “Canto di Natale” di Charles Dickens per l’elemento del viaggio di Ebenezer Scrooge e il percorso di ravvedimento del protagonista. Ma anche la scena del romanzo “Piccole donne” di Louisa May Alcott, quando le sorelle March, benché si reputino povere, accettano di donare la loro colazione di Natale alla famiglia Hummel, che sta vivendo ristrettezze ancora maggiori. Il tema della carità e della condivisione mi sembra sia un elemento comune col racconto di Buzzati, anche se affrontato in modo molto differente.

E voi? Avete notato altri spunti interessanti nel racconto? Quali altri spunti vi ha fatto venire in mente? Vi piace la scrittura di Buzzati? Se vi va, lasciate un commento per dire la vostra.

Per approfondire:

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