Dentro il racconto – “La zanzariera” di Sri Dao Ruang

Il racconto scelto per il quarto appuntamento della rubrica si intitola “La zanzariera” ed è firmato da Sri Dao Ruang (o Sidaoruang), nome d’arte della scrittrice thailandese Wanna Sawatsi, classe 1943. È tratto da “L’amato difetto e altri racconti“, Besa editrice, Lecce, 1998 (traduzione di Giuseppe Striccoli e Anna Simone), ma è stato pubblicato anche sulla rivista online “Sagarana” ed è disponibile a questo link. Come sempre, avverto che farò spoiler sul contenuto del racconto, per cui il consiglio è di leggerlo prima.

“La zanzariera” è il racconto di un desiderio proibito, quello di una donna quarantenne, Malai, per il genero poco più giovane di lei. Dopo la separazione dal marito (“un buono a nulla che andava sempre in giro a giocare d’azzardo”) Malai trova lavoro come trasportatrice di cemento e riesce così a vivere in affitto in una “stanza piccola e disadorna” insieme alla figlia Lamdu’an. Sappiamo che sono molto povere, perché ci viene detto che “né la madre né la figlia avevano mai avuto cose graziose”.

La loro vita cambia con l’arrivo del “genero” (la parola è tra virgolette anche la prima volta che compare nel racconto: forse un piccolo indizio del fatto che questo ruolo è destinato a cambiare?) di cui il narratore non ci dice mai il nome. L’uomo può garantire a Malai e a sua figlia una situazione economica nettamente migliore: un tetto stabile sopra la testa, vestiti carini da indossare per Lamdu’an e persino la televisione da poter guardare la sera. Grazie a questa nuova condizione, Malai può lasciare il lavoro per badare ai nipotini (Tum di 7 anni e Tù di 3) e aiutare la figlia nelle faccende domestiche.

Questi fatti, ripercorsi nelle prime righe, sono raccontati da un narratore che parla in terza persona ma che conosce i pensieri che attraversano la mente di Malai (c.d. focalizzazione interna al personaggio). Grazie a questo tipo di narratore sappiamo che Malai, con l’arrivo del genero, diventa “più felice e abbastanza contenta di quello che le stava riservando la vita” e che lei arriva a domandarsi cosa avrebbe potuto volere di più “alla sua età”. Il conflitto tra ciò che Malai può desiderare e quello che invece desidera realmente è il cuore del racconto.

Nonostante la focalizzazione interna, il narratore non ci dice mai che Malai si innamora del genero, perché è Malai per prima a non ammettere con sé stessa di provare dei sentimenti nei confronti dell’uomo che ha sposato la figlia: se lei non concede a se stessa questo pensiero, neanche il narratore è in grado di riportarlo.

Sappiamo che Malai non è “particolarmente bella”, ma a causa dei “lunghi anni di fatica” ha “mantenuto la linea”. È quindi attenta al suo corpo. Inoltre, il narratore ci dice che “quando cominciò a vivere sotto lo stesso tetto con il genero, Malai corresse le sue vecchie abitudini ed indossò un reggiseno”. Una scelta che lascia trasparire il desiderio o comunque la volontà di non essere “vista” dall’uomo in un certo modo.

Queste frasi possono farci aprire una riflessione sulla scelta di adottare la terza persona o la prima. Se Malai raccontasse la storia con la propria voce, potrebbe tacere al lettore dei fatti intimi, come la scelta o meno di indossare il reggiseno da quando vive con il genero. Un segreto che rivelerebbe probabilmente solo a una persona molto vicina a lei. Il narratore in terza persona, invece, nota questo piccolo cambiamento e ce lo riporta così com’è.

Al contrario di Malai, la figlia ha iniziato a ingrassare. Lamdu’an ha 25 anni, non ha mai dovuto lavorare e “nonostante la sua faccia apparisse abbastanza giovane lasciava visibile la fenditura nel suo corpetto largo di cotone che indossava sempre”.

Sul genero sappiamo ben poco: è “un uomo ben vestito dalla carnagione glabra e scura”, non è molto socievole e anzi è “alquanto mediocre”. Non proprio un tipo da far perdere la testa insomma. Ci viene detto anche che è “di due o tre anni più giovane di Malai” e che a causa del lavoro per una compagnia che ricercava acqua di falda passa alcune notti fuori casa. Ciononostante ha “gran cura di sua moglie e dei suoi figli”.

Lamdu’an invece non si interessa molto del marito. Spesso esce per andare a giocare a carte e quando lui rientra dal lavoro trova in casa “più spesso la suocera che la moglie”. Qui abbiamo una prima sovrapposizione dei ruoli tra madre e figlia, nei confronti del marito di quest’ultima.

Il narratore ci informa che “Malai dovette avvisare Lamdu’an di interessarsi di più a suo marito e le disse che doveva farsi trovare in casa quando lui rientrava di notte, ma Lamdu’an ritornava sempre alla sua tana del gioco” e che “alla fine ciò causò dei problemi”. In questo passaggio percepiamo la solidarietà del narratore nei confronti di Malai: è come se la giustificasse, rispetto a ciò che accadrà dopo.

È un modo di raccontare coerente con la scelta della focalizzazione interna, dato che questo pensiero è attribuibile a Malai e si lega perfettamente alla fase di negazione dei propri sentimenti che lei sta vivendo. Non solo non ammette di provare qualcosa verso il genero, ma indica alla figlia il modo affinché il rapporto tra lei e il marito non si deteriori. Siamo a un livello profondo di scavo nella mente del personaggio da parte dell’autrice.

A questo punto del racconto c’è uno spazio grafico e qualcosa cambia. È notte e siamo a letto con Malai, che non riesce a prendere sonno. Ciò che il narratore ci ha raccontato finora è una sorta di riassunto della puntate precedenti. Ed è qui che compare la zanzariera del titolo: Malai l’ha montata nella stanza accanto alla cucina, dove lei si trova insieme ai nipoti addormentati.

Malai è preoccupata per i nipoti. Capiamo che è accaduto qualcosa e, attraverso i pensieri della protagonista, scopriamo che Lamdu’an ha “una relazione con un sergente dell’esercito”, che è stanca del marito, che definisce “troppo vecchio” e che, se lui “non le avesse consentito di giocare a carte si sarebbe trovata un nuovo marito e sarebbe andata a vivere con lui nel peccato”.

Malai attribuisce le colpe dei litigi tra marito e moglie alla figlia e al suo vizio per il gioco, che sembra ricalcare la dinamica da lei vissuta con il marito, solo accennata all’inizio del racconto. Malai, quindi, si riconosce nelle difficoltà del genero, e anche per questo forse prova empatia e si avvicina emotivamente ancora di più a lui.

A questo punto il narratore ci informa che due giorni prima Malai ha appreso, con molto imbarazzo, che girava voce del fatto che lei dormisse col genero. “Non riusciva a guardare in faccia i suoi vicini. Naturalmente non era vero, benché il fatto non fosse interamente privo di fondamenti… Quando Lamdu’an aveva raccolto le sue cose ed era andata via, aveva preso con sé la grande zanzariera che era stata data loro come regalo di nozze lasciando il resto della famiglia con una sola rete da dividere, quella di Malai. Di notte Malai doveva spostarsi nella stanza del genero e montare la sua rete lì. Quando lui arrivava a casa era molto tardi e si sentiva depresso e abbattuto. E oltretutto, era ubriaco. Si arrampicava sotto la rete, tirava verso di sé i suoi figli e, per l’effetto dell’alcol, prendeva sonno immediatamente. Malai stava già dormendo al bordo della rete”.

In poche righe, quasi incidentalmente, ci viene detto che Lamdu’an ha preso le sue cose e se n’è andata (ecco perché Malai è preoccupata per i nipoti) e ci viene spiegata la situazione ambigua che si viene a creare ogni notte. Il narratore ancora una volta giustifica Malai: è colpa di Lamdu’an che si è portata via la zanzariera (forse la famiglia non può procurarsene un’altra?) ed è sempre colpa sua (lo è davvero?) se il genero è depresso, abbattuto e ubriaco. Come fa Malai a sapere che il genero “prendeva sonno immediatamente” se, quando lui arrivava, lei “stava già dormendo al bordo della rete”?

Capiamo che qualcosa nella ricostruzione del narratore non torna, perché Malai e il genero si stanno mettendo in una situazione scivolosa. Anche la colpa della diceria viene attribuita a Lamdu’an, che avrebbe riportato maliziosamente una frase pronunciata dai figli sul fatto che Malai e il genero dormivano insieme (“Se volete sapere qualcosa, allora venite qui e ve lo dirò. Nella mia vecchia casa, mia madre e suo genero dormono sotto la stessa zanzariera”).

Mentre Malai aspetta il rientro del genero, seguiamo le preoccupazioni che scorrono nella sua mente. A quelle per i nipoti (“Cosa sarebbe successo se loro padre un domani se ne fosse andato e si fosse risposato? Sarebbero stati trattati male dalla loro matrigna? Lamdu’an era una madre veramente malvagia per non aver portato con sé i bambini”) si affiancano pensieri di un altro tipo.

Malai, dice il narratore, “non era preoccupata per sé. Se non c’era nessuno ad aver cura di lei, era ancora abbastanza forte da cercare un lavoro come cameriera in casa di qualcuno. E per quanto riguarda gli sceneggiati in televisione, avrebbe potuto smettere di guardarli”. Eppure, una serie di ricordi d’infanzia rievoca nella mente della donna un mondo perduto e una serie di affetti a cui non può più far ritorno (“Ora, benché le sarebbe veramente piaciuto ritornare a casa in campagna, non le era rimasto nulla. Tutti i fratelli e le sorelle si erano spostati per trovare un lavoro in città, ora non era rimasto nessuno”). Insomma: Malai potrebbe soddisfare da sola i propri bisogni materiali, ma è la solitudine in cui probabilmente si ritroverà ad angosciarla.

Un nuovo spazio bianco ci conduce a quello che sarà l’ultimo blocco del racconto. Il genero rientra finalmente a casa: è ubriaco e cade rotolando a terra mentre si toglie le scarpe. Quando l’uomo ritorna nella camera dopo essersi cambiato, Malai decide di andare a dormire nell’altra stanza. Lui rifiuta e lei lo tranquillizza dicendo di ave già comprato dell’insetticida per zanzare.

A quel punto il genero comunica a Malai che intende mandare i figli a vivere con la propria madre in campagna. La suocera è talmente preoccupata che non comprende qualcosa che l’uomo dice sulla zanzariera. “Era troppo spaventata per quello che sarebbe accaduto ai nipoti. Era talmente preoccupata per loro che le sembrava fossero figli suoi”. Con questa frase c’è una nuova sovrapposizione Malai e di Lamdu’an, stavolta nei confronti dei bambini. Una confusione tra i ruoli che era stata anche anticipata qualche rigo sopra, dove abbiamo letto che Malai “Una volta aveva amato ed allevato sua figlia, dispiacendosi per lei che non aveva un padre. Ma ora, la forza del suo attaccamento alla figlia non era neanche lontanamente paragonabile a quella che lei provava nei confronti dei nipoti”.

Malai avanza le sue perplessità sulla proposta del genero (“La loro nonna in provincia è vecchia. Per lei sarebbe un altro fastidio e poi non c’è nessun valido motivo”) e questa frase è seguita da un momento di silenzio e forse anche di imbarazzo che l’autrice ci fa percepire chiaramente, anche se lo evoca soltanto, facendo spiegare al narratore che di solito Malai è “molto accorta nel comportamento” nei confronti del genero. (“Dal momento che loro erano soltanto parenti acquisiti, lei non osava proporsi come “madre”. Lui, d’altro canto, si sarebbe sentito in imbarazzo, dato che non era molto più giovane di lei. Ogniqualvolta parlavano l’una con l’altro evitavano sempre pronomi che potessero marcare la relazione madre-figlio”).

Insomma, se il ruolo di Malai è sovrapponibile a quello della figlia in una confusione ricercata dall’autrice in diversi punti del racconto, nei confronti del genero lei sta bene attenta a non porsi come una madre: non è quello ciò che sente.

In questo passaggio, più dello scambio di battute tra i personaggi, che poco o nulla aggiunge a quello che già il lettore conosce, è quello che succede tra una frase e l’altra del dialogo che ci comunica qualcosa, perché sono i loro corpi e i loro movimenti a parlare. (“…disse lui, sprofondando al fianco della zanzariera” e ancora “Era steso di fianco alla zanzariera e, poggiandosi sulle braccia ripiegate sul cuscino, fissò il soffitto come se qualcosa avesse attirato il suo interesse”).

A questo punto l’uomo ammette di essere a conoscenza del fatto che la moglie è andata a vivere con un altro e il narratore specifica che “sebbene fosse ubriaco, aveva ancora il controllo di sé”, perché “dalla sua voce pareva che stesse parlando di una faccenda ordinaria, comune”. Una frase che carica ancora di più l’attesa rispetto a quello che noi lettori ormai ci aspettiamo che accada tra i due.

Il genero decide che dormirà fuori dalla zanzariera e chiede a Malai di restare dov’è, giustificando la richiesta con le esigenze della figlia (“Rimani dove sei. Tù si sveglia sempre di notte, piangerà ancora per sua madre. Non posso badare a lei. Accenderò io stesso la spirale”) e il narratore ci informa che “era come se leggesse il pensiero della suocera”, o almeno, questa è l’impressione di Malai, che si sente compresa nel suo istinto di cura verso i bambini.

I due si sdraiano quindi separati dalla zanzariera. Sono ancora entrambi svegli e il silenzio intorno a loro è rotto da “un inatteso verso di cuculo” (“dietro le case non era rimasta più molta terra selvaggia, dove poteva trovarsi un cuculo”). Il verso dell’uccello è come il sassolino che preannuncia la frana. Subito infatti è seguito da un altro evento inatteso: il genero si mette a piangere. Fino a qualche minuto prima aveva il controllo di sé, invece adesso si lascia andare. E di tanto in tanto colpisce una zanzara.

Malai vorrebbe consolarlo, o almeno proteggerlo dalle zanzare. È confusa e indecisa sul da farsi, ma alla fine decide di alzarsi e, trattenendo il respiro, tira il genero per le spalle dentro la rete. Lui alza la testa e si lascia andare del tutto al suo sfogo: affonda la faccia nel grembo di Malai e continua a piangere. È questo il momento del culmine dell’intimità tra Malai e il genero, che viene descritto con tanta delicatezza quanto è brutale l’interruzione e il ritorno alla realtà.

“Era come se la terra avesse smesso di girare. Le lacrime cominciarono a riempire gli occhi di Malai, mentre lui le ispirava un misto tra pietà e desiderio. Toccò piano le spalle del genero e furono attratti come lo sono un uomo ed una donna. Le dicerie del giorno prima, che avevano ingigantito la realtà, erano vagamente tra i suoi ricordi ed ora, tutto d’un tratto, sembravano essersi avverate, come se tutto fosse stato predestinato.
In quel momento, all’improvviso, Malai trasalì per la sorpresa.
– Nonna! – gridò la nipotina più piccola. – Quello è papà -. In quell’istante la piccola schizzò fuori dalla stessa zanzariera…

Prima di chiudere, qualche altra riflessione:

-A un certo punto, quando non ha ancora lasciato il marito, Lamdu’an dice alla madre: “- Mamma, sono ancora giovane. Ho ancora un futuro. Non vedo perché dovrei preoccuparmi. Pensavo che tu dicessi che gli uomini più anziani facessero fare alle loro mogli quello che vogliono…”. Questa frase apre un altro squarcio della storia. Sembra quasi che Malai abbia voluto spingere la figlia a sposare l’uomo, ben più vecchio di lei. Siamo sicuri che Lamdu’an sia la colpevole di ciò che accade (come la vede Malai) e non ne sia la vittima? La nostra è certo condizionata da quella del narratore, che è solidale a Malai, ma con questa frase l’autrice ci sta dicendo che non è tutto così semplice.

-Dicerie che si avverano e predestinazione. L’ultimo paragrafo del racconto gioca su questo piano, come se quanto successo non sia dipeso dalla volontà di Malai. Ma è davvero così? O ancora una volta è lo sguardo del narratore che con questo richiamo vuole farcelo credere? Non è stata forse Malai a voler essere vista dal genero in un certo modo, a stare sempre attenta a non essere confusa da lui con il ruolo materno, e infine a tirarlo sotto la zanzariera?

-Il genero non è caratterizzato in modo forte (non sappiamo neanche il suo nome). Questo rafforza il fatto che apparentemente, agli occhi di Malai, conta il fatto che sia in grado di prendersi cura della famiglia, assicurandole stabilità e dando affetto ai figli, cioè esattamente quello che il marito non ha fatto con lei. Non sappiamo se il genero provi dei sentimenti verso Malai: quando sono stretti nell’abbraccio finale il narratore dice che la desidera anche lui, ma non ci viene riferito ciò che l’uomo provava prima. Questo sembra non rilevare ai fini del racconto, che è incentrato sulla psicologia di Malai.

-La zanzariera è come una barriera tra i due personaggi, è un confine sociale, mentale, un sipario, qualcosa che impedisce ogni contatto fuori dall’ordinario. Nel momento in cui viene meno questa barriera si realizza l’intimità desiderata e proibita che dura però un solo istante. È la nipote che “schizza fuori dalla stessa zanzariera” a rompere l’intimità ristabilendo i ruoli e l’ordine sociale prestabilito: “Nonna! – gridò la nipotina più piccola. – Quello è papà”.

– Malai mette in atto dei comportamenti che appaiono in contrasto con quelli solitamente adottati da una buona madre o una buona nonna. Ciononostante, grazie alla terza persona con focalizzazione interna il lettore è in grado di provare empatia nei suoi confronti lei. L’autrice è comunque consapevole dell’alto grado di problematicità di queste scelte della protagonista e ci mostra, attraverso le parole della figlia, che la questione è complessa e non risolvibile in maniera semplicistica.

E voi? Avete notato altri elementi interessanti nel racconto? Che riflessioni ha innescato questa lettura? Se vi va, lasciate un commento per dire la vostra.

Per approfondire:

Sri Dao Ruang in Italia è poco nota e poco tradotta, nonostante abbia vinto diversi premi e le sue opere siano state pubblicate anche in inglese, francese, tedesco, danese, portoghese e giapponese. Sulla sua vita vi consiglio questo articolo del Bangkok Post firmato da Anchalee Kongrut (per chi volesse, è stato tradotto in Italiano qui). Sugli scrittori thailandesi tradotti in italiano rimando invece al bell’approfondimento a puntate di alcuni anni fa pubblicato qui da Asiablog.

Gli altri articoli della rubrica “Dentro il racconto”:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *