Dentro il racconto – “Limonata” di Raymond Carver

È appena il secondo appuntamento della rubrica ed è già arrivato il momento delle contraddizioni. Sì, perché il racconto che analizzeremo oggi non è proprio un racconto, o almeno non è soltanto un racconto. È un testo in versi che, come vedremo, ha le caratteristiche di una vera e propria narrazione, sebbene in forma di poesia.

Prima di iniziare, un rapido recap delle premesse di cui ho scritto nello scorso appuntamento, quello su “Le formiche” della scrittrice brasiliana Lygia Fagundes Telles: 1. questa rubrica non è uno spazio di recensioni, ma un modo per esplorare i racconti, osservando come sono costruiti. 2. è meglio se leggete prima il racconto (si trova gratis online), altrimenti potrei farvi spoiler. 3. non sono un’esperta o una studiosa dei singoli autori, quello che provo a condensare è la mia esperienza di lettura del racconto, nella speranza che possa suscitare qualcosa anche in voi.

Il testo che leggiamo insieme è firmato da uno dei maestri del racconto, lo scrittore statunitense Raymond Carver (1938 – 1988). Si intitola “Limonata” e si può ascoltare su RaiPlaysound a questo link, letto da Fausto Paravidino nella puntata del 07 settembre 2016 della trasmissione Ad Alta Voce (RaiRadio3). La traduzione della poesia–racconto di Carver è di Riccardo Duranti.

Il racconto è molto breve, la lettura di Paravidino dura meno di 7 minuti, ma come vedremo è un testo davvero intenso, un condensato folgorante sul dolore e sulle conseguenze di un lutto. Un vero pugno in faccia, reso con uno stile apparentemente semplice ma in realtà estremamente accurato. Questo è l’incipit:

Quando qualche mese fa venne a casa mia per prender le misure
degli scaffali, Jim Sears non sembrava certo un uomo
che avrebbe perso l’unico figlio nelle acque profonde
del fiume Elwha (…)

La prima lettura di questi versi ci cattura all’istante: vogliamo solo proseguire per sapere cos’è accaduto a Jim Sears e a suo figlio. Ma a una rilettura più attenta fa venire a galla qualche domanda in più. Prendiamo atto che Jim Sears non sembra un uomo che avrebbe potuto perdere il suo unico figlio in quel modo: perché non lo sembra? Cerchiamo la risposta nei versi successivi, in cui Carver ci informa che Jim “aveva la chioma ricciuta, l’aria sicura” e che “faceva crocchiare le dita, pieno di energia”.

Insomma, Jim è uno sicuro di sé ed energico. Basta questo, per dire che non pare destinato a qualcosa di tragico? Anzi – ci chiediamo ancora – esiste qualcuno che può sembrarlo? Da cosa potrebbe distinguersi qualcuno che sembra destinato a una tale perdita, rispetto a qualcuno che non lo sembra?

Sono domande che restano senza risposta, ma la cui eco comincia a rimbombare dentro di noi. Sin dalle prime righe sappiamo che Jim Sears non sembrava destinato a questo lutto, eppure gli è successo: come è accaduto a lui, può accadere inaspettatamente anche a qualcun altro. In altre parole, potrebbe accadere a tutti, forse anche a noi.

Insomma, ancora non sappiamo di preciso cosa sia accaduto al figlio di Jim Sears, eppure grazie ai primi tre versi e mezzo (e alla maestria di Carver) ci sentiamo già coinvolti. Subito dopo, apprendiamo che gli scaffali a cui stava lavorando Jim Sears sono stati fatti, portati a casa e installati. Sono passati sei mesi e bisogna dipingere casa. Ma, stavolta, a casa del narratore non si presenta Jim. C’è suo padre, “il signor Howard Sears”, che “sta sostituendo il figlio”. È proprio da Howard Sears che veniamo a conoscenza dei dettagli della drammatica storia di Jim.

(…) Mi dice – quando gli chiedo, più
per cortesia che per altro, “E Jim, come sta?” –
che suo figlio ha perso Jim Junior nel fiume a primavera.
Ora Jim dà la colpa a se stesso. “Non riesce a farsene una ragione, niente”,
aggiunge il signor Sears. “Mi sa pure che ci è uscito un po’ di testa”, aggiunge, tirandosi la visiera del berretto con il marchio Sherwin-Williams.

Queste sono le parole che Howard Sears – cioè il nonno della vittima – riferisce il narratore, che ascolta e poi racconta a noi in prima persona. Come mai Carver ci mette di fronte a questo doppio, anzi triplo, passaggio de relato (Jim Sears, testimone diretto dei fatti, racconta a Howard Sears-che racconta al narratore-che racconta al lettore)?

Carver non poteva scrivere il racconto direttamente in prima persona, con la voce di Jim, o magari con quella di Howard? Beh, forse avrebbe potuto, ma non sarebbe mai stato lo stesso racconto. Il coinvolgimento della narrazione sarebbe stato maggiore, perché il punto di vista sarebbe stato quello di un padre o di un nonno. Sarebbe stato comunque un racconto sul lutto, ma non avremmo avuto quella lucida rappresentazione che è invece “Limonata”. Avremmo avuto più rabbia, più dolore.

Carver, invece, decide di aggiungere l’ulteriore filtro di un narratore non direttamente coinvolto, esterno rispetto alla famiglia, che viene a conoscere i dettagli in modo quasi incidentale. È grazie a questo meccanismo, che pone distanza tra il lettore e la tragedia, che Carver può descrivere l’immagine del recupero del corpo del figlio di Jim dall’acqua, che resta comunque incredibilmente forte, quasi raccapricciante:

Jim ha dovuto restare lì a guardare mentre l’elicottero
afferrava e sollevava il corpo del figlio dal fiume
con una grossa pinza. “Hanno usato una specie di grossa pinza da cucina,
pensi un po’. Attaccata a un cavo.
(…)

Ma pensate quanto sarebbe stata orribile – troppo? – la stessa scena, se fosse stata raccontata direttamente da Jim. Carver è ben consapevole di aver fornito al lettore una scena tremenda, e la bilancia subito con le parole di tenerezza di Howard:

(…) Ma Dio si prende sempre
le creature più dolci, vero?” dice il signor Sears. (…)

Poi arriva a quello che potremmo definire il cuore del racconto, cioè la domanda che rimbomba nel cuore e nella mente di chi subisce una perdita affettiva, specialmente se prematura: “perché?”. Howard Sears infatti aggiunge su Dio:

(…)“Le Sue
intenzioni sono un mistero”. “E lei che ne pensa?”
gli chiedo io. “Non ci voglio pensare”, risponde. “Non sta a noi
domandarci o discutere le Sue azioni. Non ci è dato saperlo.
So solo che ormai se lo è portato a casa, il piccolo”.

A questo punto c’è uno spazio grafico, che in un racconto non è mai un caso. Vuol dire che c’è un cambiamento, che si apre un altro “capitolo” del discorso. In questo caso, viene cambiato il punto di vista: stavolta entriamo nella mente di Jim padre, vediamo da vicino l’ossessione dei suoi “perché?” e le risposte che si dà.

(…) si dà ancora la colpa
per aver mandato Jim Junior quel giorno a prendere in macchina
il thermos con la limonata. Non c’era mica bisogno di limonata
quel giorno! O Signore, Signore, come gli è venuto in mente, ripete Jim
cento – anzi, mille – volte ormai a chiunque ha ancora voglia
di starlo a sentire. Se solo non l’avesse fatta quella limonata
quel giorno! Ma come gli è venuto in mente di farla?

Adesso il lettore vede le ragioni della frase “Ora Jim dà la colpa a se stesso”, che aveva letto al 14esimo verso del racconto. Capiamo che Jim padre aveva chiesto a Jim figlio di andare a prendere in macchina il thermos con la limonata. Il racconto non lo dice esplicitamente, ma capiamo che deve essere stato in quel momento che è successa la tragedia, e per questo il padre non smette di maledirsi.

Ma non finisce qui. Come le tessere del domino, a questo punto Carver ripercorre – fa ripercorrere alla testa di Jim padre – la serie di eventi banali ma inesorabili che ha portato alla morte del figlio. Di volta in volta, viene messo il luce il loro rapporto di causalità, che nella mente irrazionale del padre configura una spirale infinita, in risposta alla domanda che non lo abbandona mai: quel terribile “perché?”.

Anzi, se la sera prima non avessero fatto la spesa al Safeway e se
quel cesto di limoni gialli non fosse stato accanto al posto dove
tenevano le arance, le mele, i pompelmi e le banane.
Ecco cos’era andato lì a comprare Jim Senior, qualche arancia
e le mele, altro che limoni per fare la limonata, limoni, per carità! Li
detestava lui i limoni – ora più che mai – ma a Jim Junior la limonata
piaceva, gli era sempre piaciuta. Voleva la limonata.

Altro spazio bianco grafico. Usciamo dalla mente di Jim padre e torniamo a Howard e alla conversazione con il narratore. Howard la porta alle estreme conseguenze, facendo apparire al lettore l’assurda concatenazione di cause che solo Jim padre vede:

“Mettiamola così”, diceva Jim Senior, “quei limoni
dovevano venire da qualche parte, no? Dall’Imperial Valley,
magari, o dalle parti di Sacramento, li coltivano lì,
no?, i limoni”. Li hanno piantati, irrigati e
curati e poi i braccianti li hanno messi nei sacchi e
pesati, sistemati nelle cassette, spediti per ferrovia o
in camion fino a questo maledetto posto dove non si fa altro
che perdere figli! Quelle cassette sono state scaricate
dal camion da ragazzi non molto più grandi di Jim Junior.
Poi sono stati tirati fuori dalle cassette e versati tutti gialli e
odorosi di limone da quegli stessi ragazzi, lavati
e sciacquati da un giovanotto che è ancora vivo, passeggia in città,
respira, grande e grosso com’è. Poi sono stati portati
al supermercato e sistemati in quel cesto sotto un cartello vistoso
che diceva Da Quanto Tempo Non Bevete Una Bella Limonata Fresca?
Secondo Jim Senior bisogna risalire sempre alle prime cause, fino al
primo limone coltivato sulla terra. Se non ci fossero stati i limoni
sulla terra, e non ci fossero stati i supermercati Safeway, be’, Jim ora
avrebbe ancora suo figlio, no? E Howard Sears avrebbe ancora
suo nipote, certo. Capisce, c’erano un sacco di persone coinvolte
in questa tragedia. C’erano i coltivatori e i raccoglitori di limoni,
i camionisti, il supermercato Safeway… Jim Senior, pure, prontissimo
ad assumersi la sua parte di responsabilità, è chiaro. Anzi,
era lui il più colpevole di tutti. Ma continuava a scendere in picchiata,
mi disse Howard Sears. Eppure doveva tirarsi su in qualche modo.
Tutti avevano avuto il cuore spezzato, certo. Ma si deve andare avanti.

Howard, insomma, sebbene sia stato colpito dalla tragedia, sa che bisogna andare avanti, guardare avanti. Carver, attraverso il suo personaggio e la contrapposizione col figlio, riesce a darci un’altra prospettiva del dolore che fa seguito a un lutto. Possono esserci diversi modi di soffrire e di reagire, sembra dirci Howard.

C’è un ultimo spazio grafico bianco prima della parte finale del racconto. Negli ultimi versi il punto di vista è ancora quello di Jim, ma stavolta Carver ci dice non quello che passa nella sua mente, ma quello che vedono i suoi occhi durante il corso di scultura in legno che la moglie di Jim lo ha spinto a fare per riprendersi. Torna l’immagine tremenda del corpo del figlio che viene recuperato dall’acqua con una grossa pinza, ma stavolta la vediamo direttamente con gli occhi di Jim. Non ci vengono descritte le sue sensazioni di fronte a quella scena, ma – grazie alla ricchezza dei dettagli registrati dalla vista e dall’udito del personaggio – l’effetto percettivo è potentissimo.

(…) Il guaio è, continua il vecchio,
che ogni volta Jim Senior alza gli occhi dal tornio o dallo
scalpello, vede il figlio uscire dall’acqua del fiume
e sollevarsi – tirato su al mulinello, per così dire – cominciando a
girare in tondo fino a salire su, oltre gli abeti, la pinza
che gli spunta dalla schiena e poi l’elicottero vira e si dirige
a monte, accompagnato dal rombo e dal flap-flap
dei rotori. Jim Junior passa ora in rassegna i soccorritori allineati
lungo le rive del fiume. Ha le braccia in fuori
e gocce d’acqua gli volano via di dosso.
(…)

A questo punto è come se fossimo con Jim padre sulla riva del fiume. Seguiamo con lui l’ultimo movimento dell’elicottero e arriviamo, con delicatezza e umana comprensione, ai suoi sentimenti più profondi.

(…) Passa sopra a loro un’altra volta,
ora più basso, e poi torna un minuto dopo per esser depositato, molto
delicatamente, proprio ai piedi del padre. Un uomo che,
avendo ormai visto tutto – il figlio morto salire dal fiume
nella morsa di pinze metalliche e poi girare in tondo volando
sopra la cima degli alberi – non vorrebbe far altro che
morire. Ma la morte è solo per i più dolci. E lui ricorda
la dolcezza, quando la vita era dolce, e dolcemente
ha rinunciato a quell’altra vita.

Capiamo che Jim padre ha rinunciato a vivere, pur restando vivo. Potrebbe sembrare una situazione banale, per un genitore che ha visto morire il figlio in modo così tragico. Ma Carver ci ha fatto sentire tutto questo insieme a lui, insieme a un padre che “avendo ormai visto tutto” ha perso la dolcezza della vera vita.

Un’ultima riflessione, prima di chiudere. Perché Carver ha scritto questo racconto in versi? Non ho le idee molto chiare su questo. Sicuramente in prosa sarebbe stato un testo diverso, meno “lirico”. La poesia ha un suo ritmo che la prosa può solo provare a imitare e molti dei versi di Carver, anche guardando la versione inglese del testo, sono spezzati. Penso che la scrittura in versi gli abbia consentito di lavorare sul ritmo e sulla frammentazione delle frasi, con conseguente risalto di alcuni passaggi (ad es. Jim ha dovuto restare lì a guardare mentre l’elicottero/afferrava e sollevava il corpo del figlio dal fiume/con una grossa pinza).

E voi? Avete notato altri spunti interessanti nel racconto? Concordate con le mie riflessioni o la pensate diversamente? Se vi va, lasciate un commento per dire la vostra.

Per approfondire:

  • se volete leggere altre poesie di Carver sappiate che sono state tutte raccolte e pubblicate da Minimum fax nel volume R. Carver, “Tutte le poesie”, con testo inglese a fronte.
  • alcune altre poesie e racconti brevi di Carver sono stati pubblicati su Rai Letteratura qui.
  • Carver ha avuto una vita per niente banale, Edizioni Clichy ha pubblicato la sua biografia a cura di Antonio Lanza.