Occhio ai classici – “Le confessioni d’un italiano” di Ippolito Nievo

È possibile per un autore poco meno che trentenne scrivere un romanzo in cui la voce narrante è un ottantenne che ripercorre gli avvenimenti e le riflessioni di una vita intera? Beh, è il potere della letteratura – si potrebbe rispondere – che permette di calarsi nei panni di un personaggio diverso da sé per età ed esperienze. Ma per farlo in modo convincente ci vuole molto talento.

Ippolito Nievo (Padova 1831- Mar Tirreno 1861) ci è riuscito, e lo ha fatto in appena 8 mesi. Siamo nel 1858, Nievo ha 27 anni ed ha alle spalle circa un decennio in cui si è dedicato all’attività di scrittura e a quella giornalistica, parallelamente allo studio del diritto e all’attivismo politico (partecipò ai moti insurrezionali di Mantova nel ’48).

Nelle lettere scritte in quei mesi, Nievo racconta di lavorare al suo “interminabile romanzo” di continuo (“notte e giorno”) vivendo chiuso “come un’ostrica” e arrivando, nella fase di ricopiatura, a scrivere “dieci ore al giorno”. Vive la scrittura a volte come una necessità, a volte come un “rifugio disperato”, oscillando tra il disinganno e la volontà di credere a un cambiamento.

Finita la stesura del romanzo, la pubblicazione viene rimandata, forse per timore della censura. Il libro esce solo nel 1867, col titolo “Confessioni di un ottuagenario“, privato così della sua connotazione politica. Nievo, tuttavia, non può vederlo. Nel maggio 1960 decide di raggiungere Garibaldi e partecipare alla spedizione dei Mille. Dopo essere diventato colonnello, vice-intendente e poi intendente, muore in un misterioso naufragio mentre sta rientrando dalla Sicilia, nel 1861.

Impressioni di lettura

Le confessioni d’un italiano” narra in prima persona la pseudo-autobiografia del veneziano Carlo Altoviti, che Nievo immagina essere nato nel 1775. Le vicende personali del protagonista (la sua infanzia nel castello di Fratta, le sue amicizie, il suo amore per la cugina Pisana) si intrecciano agli eventi politici: dalla caduta della Repubblica di Venezia alla dominazione dei francesi, dalla Restaurazione ai moti risorgimentali. 

L’espediente del libro di memorie consente a Nievo di coniugare l’intimità dell’esperienza personale, frutto di finzione narrativa, alla dimensione storico-collettiva, che invece è realistica e documentata. Un tipo di scelta narrativa che si collega al tema ancora molto attuale del rapporto tra fiction e non fiction.

Nonostante la lettura possa sembrare ostica soprattutto nelle prime pagine, a causa di un linguaggio che risente del passare degli anni – a differenza, ad esempio, di quello manzoniano dei “Promessi sposi” – la lettura de “Le confessioni” sorprende per la capacità di far affezionare il lettore ai personaggi.

La storia d’amore tra “Carlino” e la Pisana si sviluppa lungo tutta la narrazione, sin dalla primissima infanzia, e spinge il lettore ad arrivare fino alla fine del libro. Luoghi come la cucina di Fratta, o personaggi come Martino, il vecchio servitore, Lucilio Vianello, medico e rivoluzionario, o la stessa Pisana, capace di feroci contraddizioni e di improvvisi ma coerenti ribaltamenti, si imprimono nella memoria.

A far apprezzare la lettura è anche la modernità delle riflessioni etiche e filosofiche, per lo più affidata ai pensieri del protagonista o ai suoi dialoghi con alcuni personaggi che contribuiscono alla sua formazione. Nievo ci porta così a interrogarci sul senso stesso della storia, del valore collettivo delle scelte e della nostra stessa esistenza.

Per approfondire:

S. Romagnoli, “Di Nievo in Nievo” (Edizioni di storia e letteratura, 2013)

R. Colombi, “La verità della finzione – Il romanzo e la storia da Manzoni a Nievo” (Carrocci, 2022)