Recensione “La razza zingara” di C. Stasolla

Candoni. Lombroso. Gordiani. Castel Romano. Salone. La Barbuta. Salviati. Sono i nomi di alcune delle baraccopoli, istituzionali o tollerate, che ricorrono da un decennio all’altro nella storia raccontata da Carlo Stasolla ne La razza zingara. Dai campi nomadi ai villaggi attrezzati: lo “scarto umano” in 25 anni di storia (Tau editrice, 2020). Sono nomi familiari per chi ha seguito la cronaca romana negli ultimi anni, e per chi segue le attività di monitoraggio e assistenza svolte da anni dall’Associazione 21 luglio, di cui Stasolla è fondatore e presidente. Ma rappresentano anche il luogo in cui hanno vissuto e continuano a vivere uomini, donne e bambini ritenuti meno cittadini di altri, cittadini a metà, membri di un’umanità “altra” perché imprescindibilmente diversa.

“Figli di caino”, “figli del vento”, “zingari”, “nomadi”, “rom”: sono tutte etichette e appellativi affibbiati a questo popolo da altri, così come un destino, quello della vita nella marginalità della baraccopoli, che non è stato risparmiato neanche a chi, negli anni Novanta, arrivava in Italia per fuggire dalla guerra in Jugoslavia.

Sono tre in particolare gli elementi che emergono chiari e lampanti dalla lettura del libro di Stasolla, che percorre 25 anni di gestione e mancata gestione dei flussi migratori e poi dell’integrazione di persone rom in Italia e a Roma. C’è innanzitutto la questione della “razzizzazione”: un filo che lega le idee lombrosiane all’antiziganismo ancora oggi diffuso nella nostra società, passando attraverso il dolore socialmente rimosso del Porrajmos (il genocidio nazifascista della comunità rom). Un processo che porta alla chiusura di un intero popolo in un destino precostituito, senza passato e presente, da cui nessuno può liberarsi. Continua a leggere su TPI.it

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