Rassegna 13-19 febbraio 2023

SULLA CITTÀ DI PAROLE – “Perché ha scelto il titolo “La città della vittoria”? «Il vero regno che ha ispirato il regno immaginario del mio libro si chiamava Vijayanagara, che significa “città della vittoria” (…) Questa è una delle ragioni. L’altra è quella di cui Pampa parla alla fine del libro, e cioè il libro è una città di parole, il libro stesso, il libro immaginario che lei sta scrivendo, e anche il libro che io sto scrivendo sul libro immaginario che sta scrivendo lei. La città sopravvive sotto forma di linguaggio, la vera città è scomparsa da tempo e ciò che rimane della città, ciò che continua a vivere della città, è il linguaggio e come viene rappresentato, le storie che ne parlano, questo è ciò che sopravvive, e anche questo è una città e una sorta di vittoria, il fatto che la città sopravviva nei millenni»”.

dall’intervista allo scrittore Salman Rushdie realizzata da Maurizio Molinari e pubblicata su Robinson de La Repubblica il 18 febbraio 2023

SUL SUCCESSO – “«Ci sono degli scrittori che hanno successo rapidamente. Per me non è stato così. Ho lottato per molto tempo. Ricordo che quando cominciai a scrivere il libro che divenne I figli della mezzanotte, a metà degli anni Settanta, avevo 27-28 anni, e quando cominciai a scrivere cercai di scriverlo con la narrativa in terza persona, ma non mi piaceva. Pensai che non risultava vivo e a un certo punto mi chiesi cosa sarebbe successo se avessi lasciato che fosse il personaggio principale a raccontare la storia, se avessi lasciato che fosse la sua storia, raccontata con la sua voce. Poi un giorno, ero seduto nella mia stanza a Londra, glielo lasciai fare. Ho sempre pensato che quello fosse il momento in cui diventai uno scrittore perché quello che ne risultò fu un paragrafo molto simile a quello che è il paragrafo iniziale de I figli della mezzanotte. Non so da dove sia venuto, non è venuto da me. Per prima cosa pensai che fosse il miglior paragrafo che avessi mai scritto in vita mia, questo era chiaro. Pensai che dovevo solo lasciarlo andare, libero di correre, di raccontare la storia e non perderlo, tenerlo stretto e lasciarlo correre. Lo feci e fu così che diventai uno scrittore. Perché la sua voce mi diede la mia voce»”.

dall’intervista allo scrittore Salman Rushdie realizzata da Maurizio Molinari e pubblicata su Robinson de La Repubblica il 18 febbraio 2023

SUL POTERE DEL RACCONTO – “Benché Ransmayr sia uno degli ultimi narratori che non parla “solo di sé e a se stesso” (a suo avviso destinati perciò a “inabissarsi già dopo l’ultima riga”), il filo d’oro de L’inchino del gigante è proprio l’autobiografia: frammenti epifanici della sua infanzia a Roitham am Traunfall, il villaggio natale nell’alta Austria, come il momento in cui scopre la magia dell’alfabeto e il potere del racconto (“unico farmaco contro la mortalità”).

dall’articolo di Melania Mazzucco intitolato “Luoghi fantastici” e pubblicato su Robinson de La Repubblica il 18 febbraio 2023

SUL POST-ESOTISMO – “«Una delle fonti di ispirazione è il Libro tibetano dei morti che racconta come i morti camminino in un mondo fluttuante dove sono assaliti da visioni terrificanti e dove gli opposti si equivalgono (…) I nostri libri sono costruiti più su una ruminazione dell’orribile passato che su un incontro immadiato con l’orrore. Molto spesso, è in un “dopo” indistinto che si colloca il presente in cui i nostri personaggi sopravvivono. (…) Non credo che oggi uno scrittore possa influire sulla storia del mondo o sull’opinione pubblica (…) Che cos’è possibile fare oggi? Cercare la bellezza e la precisione, scrivere storie, creare mondi alternativi con le parole. Per gli scrittori post-esotici: costruire piccoli rifugi bizzarri, dove è bello passeggiare»”.

dall’intervista allo scrittore Antoine Volodine realizzata da Cristina Taglietti e pubblicata su La Lettura del Corriere il 19 febbraio 2023

SULLA POESIA – “«Non molto tempo fa, un’amica ucraina ha scritto di aver trascorso intere notti nelle stazioni della metropolitana di Kiev, che vengono utilizzate come rifugi antiaerei, recitando poesie a sé stessa e a coloro che la circondavano per mantenersi sana di mente. Quando si stancava, iniziava a tradurre quelle poesie in altre lingue, proprio per andare avanti. (…) Quando non abbiamo altro, possiamo sempre conservare nella nostra memoria una manciata di parole, una melodia, e potrebbe essere tutto ciò che abbiamo per sopravvivere. Non lo sappiamo ancora, ma, se siamo fortunati, è lì. Teniamola al sicuro, questa musica verbale. Imparate a memoria i versi di nuove poesie, se potete. Potreste averne bisogno un giorno, aerei da guerra o meno. Di fronte al muro bianco della crisi, tutti hanno bisogno di un po’ di musica, una melodia, un balsamo»”.

dall’intervista al poeta Ilya Kaminsky realizzata da Enrico Rotelli e pubblicata su La Lettura del Corriere il 19 febbraio 2023

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